«Ogni sabato, ogni domenica e ogni festa comandata, il mio posto a tavola semplicemente non esisteva. Mentre il resto della mia famiglia, sette persone, compreso il fidanzato di mia sorella, celebrava l’unione mangiando insieme, io venivo confinato nella casa accanto. I miei genitori mi portavano il pranzo. Tutto questo perché le mie unghie, lunghe e colorate, erano giudicate “ingombranti”».
Leonardo Caracolli, 21 anni, studente universitario a Perugia, gli occhi definiti da un eyeliner, un ombretto che illumina il suo sorriso, inizia a raccontarsi così. E ha deciso di farlo esponendosi in prima persona, «perché questa testimonianza non è solo per me. È per chiunque stia ancora lottando per essere visto, accettato e accolto nella propria totale, splendida unicità. Io stesso mi definisco uno “squilibrio puro”, e lo dico con orgoglio».
La scena che Leo ricorda più nitidamente non è un insulto gridato per strada né un’aggressione fisica: è un tavolo apparecchiato da cui lui veniva escluso, separato letteralmente dalla sua famiglia, destinato all’invisibilità. «Le bambole, per il me bambino, non erano giocattoli: erano varchi verso la libertà, sebbene clandestina. Ricordo mia nonna che mi trascinava via dal desiderio di comprare una Barbie, marchiando la mia gioia come “vergogna”. Eppure era lei stessa che, nel segreto delle mura domestiche, mi permetteva di indossare vestitini, tacchi, gioielli e trucchi».









