Nelle comunità andine esposte per millenni all’arsenico, alcune varianti genetiche aiutano a eliminarlo meglio attraverso l’urina, pur restando pericoloso
Indice
Il corpo che impara dal velenoUna protezione parzialeQuando l’ambiente entra nei geni
A San Antonio de los Cobres l’acqua arrivava dalle sorgenti e dal sottosuolo con l’aspetto più rassicurante del mondo. Limpida, fredda, necessaria. Attorno, il paesaggio secco della Puna argentina, altopiano alto più di 3.700 metri, terra vulcanica, aria sottile, case basse, montagne ferme sullo sfondo. Dentro quell’acqua, però, per generazioni è passato anche l’arsenico. Invisibile, naturale, rilasciato dalle rocce nel percorso sotterraneo, abbastanza presente da trasformare un gesto quotidiano in una esposizione continua.
L’Organizzazione mondiale della sanità indica per l’arsenico nell’acqua potabile un valore guida di 10 microgrammi per litro. A San Antonio de los Cobres, fino all’installazione di un sistema di filtrazione nel 2012, l’acqua conteneva circa 200 microgrammi per litro, venti volte quel limite. L’arsenico inorganico è legato a tumori, lesioni cutanee, malattie cardiovascolari, diabete, problemi respiratori, danni allo sviluppo e complicazioni in gravidanza. La misura davvero efficace resta sempre la stessa: acqua sicura. Il resto arriva dopo, se arriva.






