Può, una piantina di elicriso, sconfiggere secoli di inquinamento minerario? Una domanda che trova una prima timida ma importante risposta grazie a un esperimento in corso in Sardegna. Laddove un tempo sorgevano le miniere, in una terra che porta ancora i drammatici segni dell’estrazione, in uno dei siti dell’isola più contaminati da piombo, zinco e metalli pesanti, gli scienziati stanno provando a “frenare” l’inquinamento grazie a batteri capaci di far crescere le piante anche nei suoli più “ostinati”. Quella dell’ex area mineraria di Ingurtosu, costa Sud-ovest della Sardegna all’interno del Parco Geominerario, è una storia positiva di speranza e continui tentativi. Chi ha visitato le famose dune di Piscinas per farsi un tuffo fra le acque cristalline scendendo lungo la strada che porta a mare si è sicuramente imbattuto in una serie di fabbricati abbandonati, pozzi ed ex magazzini “della blenda e della galena” (minerali per zinco e piombo). Quelle strutture sono oggi i segni visibili di un lunghissimo vissuto minerario iniziato a metà dell’Ottocento e proseguito fino al 1968. Come in altri territori dell’isola, l’estrazione e la lavorazione di minerali e metalli pesanti hanno lasciato una ferita chimica aperta difficilissima da vedere e da sanare: nel tempo tentativi (complessi) di bonifica si sono spesso arenati e anche oggi, nonostante diversi milioni in arrivo o messi a disposizione per le aree di Piscinas, Rio Irvi e Ingurtosu, il territorio intorno all’ex plesso minerario resta ancora contaminato.