Si chiamano metallofite e sono piante post-industriali. Crescono sui terreni contaminati dai metalli pesanti delle miniere abbandonate dove la concorrenza con altri simili è ridotta all’osso. Sono organismi pionieri e possono ridurre la carica tossica dei suoli o assorbire gli inquinanti contribuendo a risanare l’ambiente. Sono comuni tra la vegetazione autoctona del Mediterraneo. In Sardegna, dove le prime attività estrattive risalgono al Neolitico, l’Università di Cagliari ha catalogato 510 specie e 144 sottospecie della flora di questi habitat artificiali. Negli ultimi cinquant’anni le aree estrattive in Sardegna si sono pian piano rinaturalizzate in forma spontanea, senza aiuti esterni. Discariche, bacini, accumuli di materiale inerte sono stati colonizzati prima da erbacee poi da arbusti creando, in alcuni casi, una macchia verde in un’oasi grigia. Tra queste piante ci sono anche orchidee, forse un po’ più minute rispetto a quelle che fioriscono in condizioni meno stressanti, ma la maggior parte appartengono alla famiglie botaniche delle Fabacee, in cui ci sono anche la fava e il fagiolo, e delle Asteracee a cui appartiene la margherita comune.

Quei vigneti urbani tra tecnologia e recupero di antichi filari