C’è un proiettile conficcato nel cuore della Sardegna che nessuno sembra voler davvero estrarre. Quando la ferita fa troppo male, come la scorsa estate, i sintomi portano ad azioni necessarie come vietare il pascolo delle pecore, poi però tutto ricomincia come prima. Si va avanti così da oltre settant’anni e tra rimbalzi di responsabilità, “autocertificazioni” e sacrifici, l’isola continua a pagare l’enorme prezzo della militarizzazione. Spesso infatti quando pensiamo a siti o luoghi contaminati che necessitano di bonifiche immaginiamo aree dove le esigenze del profitto industriale hanno mutato per sempre i territori, ma qui in Sardegna è un’altra storia: è il comparto bellico, della difesa, delle basi messe a disposizione per vari eserciti, a impattare su migliaia di ettari di terreno con inquinamento che va dai metalli pesanti fino alla dispersioni di armi in mare.
La Sardegna è infatti per eccellenza la regione delle servitù militari italiane. Soprattutto a partire dagli anni Cinquanta nell’isola c’è stata una continua espansione dei territori da dedicare a esercitazioni, sperimentazioni di armi, lanci di missili e attività belliche. In questa terra dove vive circa un milione e mezzo di abitanti ci sono infatti ben 31 basi militari, oltre il 65% di quelle presenti in tutta Italia. Più di 35mila ettari sono dedicati solo ai soldati e il 4% delle coste risultano interdette alle attività umane e civili.







