Redazione
16 maggio 2026 15:14
Foto Confartigianto
Una vera e propria “gelata” sulla produzione manifatturiera e uno scenario pieno di incognite. Il conflitto nel Golfo, scoppiato a febbraio 2026, sta scaricando i suoi effetti direttamente sull'economia dell'Emilia-Romagna. A tracciare il quadro è l'Osservatorio PMI di Confartigianato Emilia-Romagna, che analizza l’impatto del blocco dello Stretto di Hormuz sulle catene globali di approvvigionamento e, soprattutto, sul caro carburante.Nelle prime nove settimane di crisi, in Italia il prezzo del gasolio auto alla pompa è aumentato del 20,3% rispetto alla media di febbraio, mentre il prezzo industriale (al netto delle tasse) è letteralmente schizzato del 60,7%. Un'impennata parzialmente mitigata dal taglio delle accise, la cui proroga è però prevista fino al 22 maggio 2026. L'effetto combinato dell'energia alle stelle (Gas a +39% e l'elettricità all'ingrosso a +13,8% nel bimestre post-conflitto) e materie prime non energetiche fuori controllo sta creando un “mix velenoso” per 67.113 imprese artigiane regionali (il 57,8% del totale del comparto), mettendo a rischio 136mila posti di lavoro. Dopo i segnali di ripresa di fine 2025, la manifattura regionale ha già registrato un calo dello 0,5% nel primo bimestre del 2026.Bologna nel cuore dell'emergenzaSnodo nevralgico della mobilità regionale, Bologna potrebbe risultare anche l'area più esposta. I dati al 31 marzo 2026 mostrano una concentrazione nel capoluogo per quanto riguarda il trasporto persone (che comprende bus di linea, taxi e NCC): Bologna ospita infatti ben 1.281 imprese, pari al 50,7% dell’intero totale regionale. Di queste, la quasi totalità è mossa dall'artigianato, che rappresenta il 94,0% delle realtà felsinee del settore.Registrati alla sezione Dossier BolognaTodayAnche sul fronte dell'autotrasporto merci, Bologna detiene il primato regionale in termini assoluti con 1.531 imprese registrate (su quasi 8mila totali in Emilia-Romagna). Per queste realtà, l'impennata dei costi del carburante rappresenta una minaccia diretta che rischia di trasferirsi rapidamente, per effetto domino, a tutte le principali filiere produttive del territorio, dall'agroalimentare all'edilizia, fino al turismo.La mappa della crisi nelle altre provinceIl resto della regione mostra vulnerabilità diffuse. Modena insegue Bologna per numero di imprese nell'autotrasporto merci (1.292 aziende) e registra una fortissima presenza artigiana nel trasporto persone (87,0%). Reggio Emilia si distingue invece per l'impatto occupazionale: insieme a Piacenza e Parma, è tra i territori in cui il peso dell'artigianato coinvolto nella crisi è più alto, con il 58,0% degli addetti totali del comparto a rischio.Se a Forlì-Cesena si conta un numero altissimo di imprese (950), a Ravenna si raggiunge il picco regionale di imprese nel trasporto merci (77,1%), seguita da Rimini (74,8%) e dalla stessa Forlì-Cesena (73,8%). Anche per quanto riguarda la forza lavoro, quasi la metà degli addetti all'autotrasporto è artigiano a Ravenna (50,7%) e Forlì-Cesena (48,6%).La provincia di Ferrara detiene il primato regionale per la quota più alta di aziende nel trasporto persone (94,6%) e la percentuale più alta in assoluto di addetti nell'autotrasporto merci (59,9%).Le aziende bolognesi che possono esportare armamenti nelle zone di guerraExport ed energia a rischio: come la guerra può colpire anche BolognaPiacenza è la provincia in cui i lavoratori nel trasporto persone pesano di più in assoluto (51,2% degli addetti). Inoltre, l'area occidentale della regione soffre duramente sul piano occupazionale complessivo: Piacenza è la maglia nera regionale con il 59,0% degli addetti impattati dalla crisi, seguita da Parma al 56,8%. Su questi territori pesano soprattutto i rincari dei metalli (Alluminio a +51,8% su base annua ad aprile, Stagno a +49,9%, Rame a +41,1%) che stanno piegando le filiere della meccanica e delle costruzioni.L'ombra della crescita zeroLe prospettive tracciate dagli analisti non lasciano spazio a facili ottimismi. Anche se si deponessero le armi ora, “servono mesi per rendere nuovamente operative le infrastrutture di estrazione dei paesi del Golfo”.Nello scenario base della Banca Mondiale il petrolio Brent si attesterà a una media di 86 dollari al barile nel 2026 (+24,6% sul 2025). Ma se la crisi dovesse inasprirsi, il Documento di finanza pubblica ha già delineato uno scenario avverso con il petrolio a 115,5 dollari al barile. In questo caso, l'economia italiana subirebbe una brusca frenata: la crescita del PIL nazionale nel 2026 si fermerebbe a +0,4%, senza tuttavia entrare in recessione", ma congelando di fatto la ripresa dell'Emilia-Romagna.Iscriviti al canale Whatsapp di BolognaToday






