Noli container quasi raddoppiati e rotte alternativa a Hormuz congestionate. Per la logistica industriale, la situazione, in Medio Oriente, resta critica e lontana da una normalizzazione. A lanciare l’ennesimo allarme è Valentina Mellano, ceo della società di spedizioni Nord Ovest. Sebbene, in questo momento, le priorità operative vengano inevitabilmente assorbite dal traffico petrolifero, che richiede attenzione immediata e condiziona la gestione complessiva dei flussi nell’area, la manager sottolinea che «il traffico cargo continua, di fatto, a essere bloccato: a oggi, nessun armatore ha ripreso a transitare nello Stretto».

E se i mercati degli Emirati restano interessati ai flussi in ingresso, «raggiungerli è estremamente difficile se non impossibile. Nelle ultime settimane il sistema ha cercato di adattarsi, attraverso soluzioni diverse da Hormuz; ma le principali rotte alternative risultano adesso congestionate o non più accessibili. I porti utilizzati come valvole di sfogo nell’area del Golfo, come Khor Fakkan o Sharjah, sono saturi e stanno generando un effetto imbuto che rallenta l’intera supply chain».

I costi salgono

Le direttrici verso l’India o Jeddah, poi, dice Mellano, «restano formalmente invariate, ma non sono immuni alle tensioni regionali. Le rotte terrestri, ad esempio via Egitto, inizialmente considerate opzioni percorribili, comportano costi molto elevati e non sempre risultano sostenibili su scala industriale. Inoltre, alcune categorie merceologiche, dai macchinari a specifici prodotti agroalimentari non sono riadattabili ad altri mercati in tempi brevi. Per questo, in alcuni casi, le aziende scelgono di far rientrare la merce, con un impatto diretto sui ricavi e sulla gestione operativa».