Era il 26 aprile 1986, il mondo era in piena «Guerra Fredda», furono direttamente interessate le Repubbliche Socialiste Sovietiche di Ucraina e Bielorussia ed i territori a sud della stessa Unione Sovietica, che non informò, come avrebbe dovuto, subito il mondo. Si seppe del disastro dalla Svezia, interessata subito da un incremento del livello delle radiazioni nucleari, poi arrivò un comunicato politico generico di Mosca. Intanto le particelle radioattive trasportate dalle correnti di aria dopo la Svezia arrivarono in Europa ed anche la valle Padana fu interessata. Scoppio, incendio, crollo del duomo del reattore rilasciarono alla atmostera radiazioni in quantità 100 volte superiori a quelle di Hiroshima e Nagasaki prima prova di fungo nucleare della storia della Umanità. La Russia per quattro lunghi anni non chiese aiuti, solo nel 1990 coinvolse le Nazioni Unite che crearono un fondo di aiuto ai superstiti, ai tanti ammalati di cancro attivato dalle radiazioni di Stronzio-90 e Cesio 134/137.

Dopo 40 anni il problema emissioni di radiazioni non è ancora risolto al 100 per cento e si sta pensando ad un secondo sarcofago. Sono stato più volte a Kiev per lavoro, nel 2020 volli vedere la zona proibita che circonda la centrale di Chernobyl, la fascia di rispetto e la Riserva radioecologica statale di Polesie. Ritrovai con gli occhi la lettura che mi aveva scosso: The Battle of Chernobyl di Alex Wellstein giornalista del New Yorker che aveva intervistato i superstiti , gli ammalati , i cosidetti «liquidatori», i lavoratori incaricati dal regime, a valle del dramma, alla realizzazione delle opere di bonifica e di creazione della «zona di esclusione», mandati spesso a morire senza la disponibilità degli indispensabili sistemi di protezione.