La visita di stato di Trump in Cina scopre il velo di Maya sulla crisi di Hormuz e sulla guerra all’Iran, sottolineato su queste colonne fin dall’inizio di marzo. Lo scontro strategico tra tra Pechino e Washington, senza esclusione di colpi, spiega le motivazioni profonde del conflitto, interne ed esterne alla competizione per la leadership in Medio Oriente. Dopo i dazi e il guanto di sfida sulla competizione tecnologica sui microchip, IA e Quantum Computing, oltre che sulle terre rare, il blocco dei rifornimenti energetici attraverso Hormuz (insieme all’arresto di Maduro in Venezuela) sono l’ultimo capitolo della competizione strategica. Trump ha prima raccolto la sfida con il progetto Stargate, 500 miliardi di investimenti pubblici in IA e DataCenter, quindi ha dispiegato una diplomazia militare assertiva che risponde ad una geoeconomia aggressiva.
Il vertice di Pechino, a distanza di otto anni e cinque mesi dall’ultima visita di un Presidente degli Stati Uniti in Cina, anche l’ultima volta Donald Trump, è un appuntamento cruciale, atteso da entrambe le parti, per negoziare un accordo di coesistenza. Non si tratta di una nuova Yalta (Kupchan su Foreign Affairs), non la riedizione della diplomazia triangolare di Kissinger (inaugurata dalla visita di Nixon 1972), non la fallimentare «coesistenza competitiva» della competition without catastrophe di Biden a San Francisco nel 2023. Piuttosto, si cerca un «congelamento utile», una «tregua gestita», con l’apertura di consultazioni regolari per governare il modus vivendi della competizione strategica, gestire le crisi regionali e i singoli dossier scottanti.











