La visita dal vago sentore ad limina del presidente degli Stati Uniti in Cina può spiegarsi solo attraverso la lente d’ingrandimento fornitaci dall’analisi geopolitica del momento, largamente scatenata da “The Donald” e del suo alleato con la Stella di Davide con l’attacco dell’Iran la notte del 28 febbraio 2026; un’azione militare che nella previsione dei due aggressori si sarebbe dovuta (e potuta) risolvere in pochi giorni, massimo qualche settimana, per ridurre all’obbedienza uno degli ultimi millenari imperi rimasti sulla Terra. Aver ritenuto la complessità sociale, economica e culturale iraniana paragonabile con quella del Venezuela di Maduro si è rivelato un colossale errore di valutazione politica, i cui risultati concreti e le pesanti ricadute economiche sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Ed ecco che la costipazione dei traffici marittimi dello Stretto di Hormuz e la crisi del commercio dei prodotti fossili, ancora oggi purtroppo largamente necessari all’economia del mondo per la produzione di energia, ha contribuito a indurre il presidente Trump a far visita al presidente Xi Jinping. Le diplomazie internazionali sono da sempre abituate a mutevoli quanto imprevedibili cambi di scena, dunque nulla di nuovo sotto il sole, visto dalla prospettiva dell’Occidente; tuttavia, un profondo turbamento nel quadro degli equilibri geostrategici nella inquieta area del Mar della Cina deve essere accaduto e percepito da Trump e dal suo nutrito staff di collaboratori e rappresentanti di spicco dell’economia americana che, infatti, tanto che il presidente ha già dichiarato di “non aver ancora preso una decisione, se procedere con la vendita di un importante pacchetto di armamenti destinato a Taiwan”.