Immortale, il Mito. Come il Vento, il Mare, il Cielo, il Sole, la Pioggia, le Nuvole. Oltre il Tempo, il Calendario, la Storia, oltre l’Oltre. Non ha inizio, non ha fine. Non prende ordini, non scende a patti. Magister per uomini, culture, Lingue del Mondo, il Mito parla un’unica “lingua”, universale eppure elementare, che non subisce corruzione né corrosione né dimenticanza.

A chi parla il Mito? All’Uomo. Dell’Uomo è Magister, salvàtor, timoniere, nocchiero, Promèteo, e Caronte, pur in un Mondo sempre più impoverito scartavetrato avvizzito, divoratore e cannibale, come quell’Erisìttone, re di Tessaglia, che tutto avendo divorato, mai sazio, divorò infine anche se stesso, le sue sanguinose carni. Di lui, non tacque Dante "Non credo che così a buccia strema/Erisittone fosse fatto secco/ per digiunar quando più n’ebbe tema", Purgatorio, XXXIII. Di lui non tacque Ovidio, Le Metamorfosi.

Strumento del Mito è la fabula, con cui narrare, con cui dare corpo gesto voce, per facta, per fabulas, a tesi rigorose, quasi matematiche, strazianti ma salvifiche, nel sempre più disperante tentativo di soccorrere un’umanità disperata, sfiduciata, inerme che può ancora, dunque, salvarsi, ricostruire il suo canone inverso.