Il paradosso inglese parla a tutte le democrazie liberali: come un caso di scuola. In dieci anni la Brexit ha abbattuto di circa il 10% la potenziale crescita dell’economia britannica. Secondo il National Institute of Economic and Social Research, il suo impatto negativo può aumentare gradualmente, raggiungendo il 5-6% del Pil, ovvero circa 2.300 sterline pro capite, entro il 2035. Secondo Bloomberg Economics è costata tra i 100 e i 200 miliardi di sterline l’anno. I cittadini del Regno Unito hanno saggiato questo atto di puro autolesionismo nelle loro tasche. A suo tempo, il divorzio da Bruxelles fu sostenuto (anche tramite canali finanziari occulti) dalla Russia di Vladimir Putin, agli esordi delle proprie strategie neoimperiali contro l’Occidente. «Abbiamo sconfitto i britannici, sono in ginocchio e non si rialzeranno per molto», si lasciò scappare l’ex ambasciatore putiniano a Londra, Alexandr Yakovenko, quando il 23 giugno 2016, per appena 650 mila voti, il leave la spuntò al referendum.

Accade tuttavia che Nigel Farage, il più noto promotore dell’uscita dalla Ue, esattamente dieci anni dopo, furoreggi nei sondaggi, stia mettendo alle corde il governo laburista guidato da Keir Starmer e abbia da poco riportato un formidabile successo alle recenti elezioni amministrative col suo nuovo partito, Reform Uk. «E il meglio deve ancora venire», ha detto col medesimo sorriso sfacciato che nel 2016 prometteva ai britannici una cornucopia di 350 milioni di sterline a settimana per il servizio sanitario nazionale se la Gran Bretagna avesse smesso di mandare i propri contributi all’Unione europea. Una balla. Quando, a referendum vinto, qualcuno gliene chiese conto, lui sorrise ancora.