Nel secondo trimestre dell’anno il Pil britannico è cresciuto dello 0,3%, cioè è rallentato rispetto allo 0,7% del primo trimestre. Una circostanza che potrebbe allarmare ma che il governo laburista ha salutato con grande soddisfazione visto che si aspettava uno 0,1%. Le previsioni di crescita per l’anno in corso rimangono all’1,1%, in ribasso anche queste rispetto al più ottimistico 1,6% che il Fondo Monetario Internazionale aveva calcolato inizialmente. Il debito pubblico è più o meno stabile al 96% del Pil, il quinto più alto del mondo sviluppato, mentre il deficit di bilancio è del 4,8% del Pil. La disoccupazione preoccupa, è raddoppiata rispetto a inizio anno ed è al massimo dal 2021, ma è comunque al 4,7%, fanno sapere i laburisti, una percentuale ancora accettabile in una grande economia.

Tali numeri ci raccontano della grande stagnazione economica che sta vivendo il Regno Unito da qualche anno, ma ci dicono poco o nulla della vera crisi che si sta acutizzando ogni anno che passa. Una crisi che è più sociale e di identità che economica, dovuta agli stipendi che sono sempre più inadeguati rispetto al rincaro dei prezzi, a un sistema sanitario che fa acqua da tutte le parti, a uno pensionistico in crisi con una riforma appena varata dei laburisti che prevede una crescita dell’età pensionabile fino a 68 anni e un’opzione fino ai 70, e a un’insicurezza diffusa. Insomma, un calo drastico dello standard di vita. Una recente ricerca ha stabilito che i livelli di multistress in Gran Bretagna sono ai massimi dagli anni della crisi post sub -prime, che un adulto su 10 in età lavorativa si destreggia tra reddito basso e debiti, affitti insicuri ed elevati, nonché problemi di accesso alle cure del NHS, la famigerata sanità pubblica.