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Luigi Ripamonti

Avete mai fatto caso alla differenza che si avverte quando si viene salutati sentendo pronunciare il proprio nome rispetto a quando ciò non avviene? Sentirsi riconosciuti attraverso il nome è importante per percepire che esistiamo davvero, e non siamo solo un banale, più o meno indifferente, «incidente» di percorso per chi ci saluta. Ed è vero anche il contrario: presentarsi dicendo il proprio nome contribuisce in modo significativo a impostare una relazione all’insegna della fiducia. Vale anche per un medico quando incontra un paziente per la prima volta, come ricorda Sandro Spinsanti sul Corriere Salute del 17 maggio facendo riferimento al progetto «Buongiorno, io sono…» di Slow Medicine.

Non è cosa da poco. Chi ben inizia, anche una relazione di cura, se non è proprio a metà dell’opera parte comunque con un notevole vantaggio in vista del risultato del trattamento, per esempio in termini di compliance, cioè di adesione alle prescrizioni, giusto per fare un esempio. «La qualità del rapporto può cambiare la qualità della cura», sottolinea Sandro Spinsanti. Ma dire e sapere il nome di chi incontriamo è qualcosa che «ha peso» in ogni circostanza, ancora di più in tempi di haters via social, dove il nome di solito celato dietro un anonimato di fatto, dice molto della perdita di valore dell’identità.