«Che cos’è mai un nome?» scrive Shakespeare in Romeo e Giulietta, rispondendo con un’autentica lezione di semiologia e linguistica strutturale: «Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave». Ma nei nomi delle persone c’è un’essenza fatta di memoria, identità, tradizione e soprattutto territorio. Fino a qualche decennio fa, dall’onomastica si poteva immediatamente risalire alle origini, alle provenienze, alle appartenenze. Ambrogio? Milano. Duccio? Toscana. Gennaro? Napoli. Nicola? Bari. Rosalia? Sicilia. E via dicendo. Con l’irruzione molto invasiva della subcultura dapprima solo cinematografica poi anche televisiva di stampo americano, hanno incominciato a dilagare nomi ispirati ai personaggi di film e serie. La nuova eponimia rischia di cancellare ogni legame fra prossimità ambientale e immaginario mediatico, creando l’illusione di un protagonismo esotico privo di ogni radice e quindi di sostanza antropologica.
In Puglia e Basilicata bastava sfogliare il registro di una scuola elementare per ritrovarsi davanti a una lunga teoria di Antonio, Giuseppe, Francesco, Maria, Anna e Rosa. Nomi tramandati di generazione in generazione per rendere omaggio ai nonni o al santo patrono. Oggi il panorama è molto più variegato. La globalizzazione deragliata, i social network e soprattutto le piattaforme di streaming hanno trasformato anche il modo di scegliere come chiamare i figli.







