Per carità, è vero che il nuovo “Diavolo veste Prada” concentra principalmente la sua attenzione sul mondo dell’editoria e sulle sue magagne (e ne abbiamo già abbastanza), ma quello che colpisce è la totale mancanza di riferimenti al mondo dei fashion influencer, ovvero di coloro che, negli ultimi dieci anni, hanno cambiato il mercato della moda, almeno dal punto di vista mediatico. Non c’è un solo momento in cui Miranda Priestly, potente direttrice di “Runway” (alter ego di “Vogue”, nella realtà) cita l’economia che gira attorno a queste figure, inesistenti nel 2006, cioè ai tempi del primo “Diavolo veste Prada”, e in qualche modo capaci di aver ribaltato, nel frattempo, l’immagine con cui la moda viene comunicata.Chi ha visto il film, ci avrà fatto caso. L’unico momento in cui gli influencer vengono citati è all’inizio, in una rapida, rapidissima carrellata fuori da un teatro in cui sta per tenersi una sfilata. Ma è un momento, un flash: neanche il tempo di metterli a fuoco - in tutto il loro armamentario fatto di look volutamente istrionici, smartphone e sorrisi di circostanza - che ce ne siamo già dimenticati. Eppure, paradossalmente, sono proprio loro il grande “non detto” del film: sono loro, oggi, a comunicare la moda che prima comunicavano i giornali (ora in crisi); sono loro a ‘spingere’ il retail di lusso, quello che Emily, nel film dirigente presso Dior, definisce come l'ultima salvezza delle maison. Eppure li si è ritenuti irrilevanti nella sceneggiatura. O forse gli è stata voluta dare, appunto, irrilevanza: un po’ di sano snobismo alla Miranda Priestly, insomma. Che però ha il suo fondamento di verità.Il primo motivo che rende giustificato questo snobismo è il seguente: non confondere i piani. Del tipo: qualcuno ancora si preoccupa di sottolineare la differenza tra giornalista e influencer, tra comunicare una notizia e comunicare una marchetta. E questo qualcuno è Miranda. Del resto una come Miranda Priestley, con tutto il bagaglio di competenze che rappresenta, non meritava certo di abbassarsi a citare l’ultima delle ventenni che spinge una maglietta su TikTok, forte dell’unica competenza della viralità. Ma soprattutto, oltre a questo, c'è dell'altro: la verità è infatti che “Il Diavolo veste Prada” dimostra quanto il concetto di “moda democratica”, quella che cioè fino a oggi gli influencer ci hanno venduto, è stata in realtà una vittoria vana. "Il diavolo veste Prada 2" è un film più necessario del primo. Eppure rischia di essere meno capitoPer capire meglio, facciamo un passo indietro. Nel “Diavolo veste Prada 1” la moda era raccontata come un mondo assolutamente inaccessibile, impenetrabile, per pochi eletti: in quel contesto, Miranda era una figura piuttosto snob e dispotica, “aspirazionale” proprio nella sua inarrivabilità. Di lì a poco, però, quel “Diavolo veste Prada 1” sarebbe stato l’ultimo baluardo della moda raccontata in quei termini, perché presto i bastioni della fortezza sarebbero crollati: negli ultimi vent’anni infatti gli influencer hanno cominciato a venderci un'immagine della moda completamente opposta, ovvero come qualcosa di “accessibile”. Si sono seduti ai front-row presentandosi come “uno di noi” (chi se la ricorda la lagna di Chiara Ferragni, quando raccontava che, all'inizio, i brand la lasciavano in piedi alle sfilate?) e, proprio facendo leva sulla moneta dell' “io sono una di voi”, ci hanno venduto magliette. Insomma: da anni ormai la moda non è più fatta di “direttrici inarrivabili” di magazine, bensì di “ragazze iper accessibili” della porta accanto. Almeno in apparenza. Anzi, solo in apparenza. La “moda democratica” degli influencer? Un'illusioneLa verità, infatti, è che questa “democratizzazione” è illusoria, o quantomeno bacata. Prima di tutto perché anche gli influencer stanno dentro - e soprattutto sotto - logiche di mercato altrettanto spietate: a comandare, in modo gerarchico, sono i brand, non certo loro (quel “senza di voi non esistiamo” che Emily, direttrice creativa di Dior, dice a Miranda, potrebbe dirlo pari pari a una beauty creator qualunque). E poi perché quell'uguaglianza è solo una posa, una messinscena: da una parte ci sono loro, che parlano davanti a un telefono e monetizzano, mentre dall’altra ci siamo noi che ascoltiamo, legittimiamo e compriamo (quelli che Emily definisce, senza alcuna poesia, “le casalinghe che comprano le borse a Natale”). L’asimmetria di potere (e di disponibilità economica) viene però abilmente travestita da intimità. Da anni. Insomma, il concetto è che almeno Miranda, nel suo snobismo, era sincera.Infine - ultima considerazione - la moda comunicata attraverso gli influencer ha creato un ulteriore danno collaterale, solitamente poco evidenziato. Ha cioè abbassato - come ben denuncia il film - tutta la comunicazione sul piano dell’identificazione e dell’emozione, sbriciolando così la qualità dell'informazione giornalistica: insomma, la moda è stata raccontata sempre meno e venduta sempre di più. E allora come si può non vedere, in questa decadenza, una spietata rivincita di Miranda? Ho visto "Il diavolo veste Prada 2" e ora ho (concedetemi) un po' di paura
Miranda Priestly non menziona mai gli influencer. E questo "è tutto"
Per carità, è vero che il nuovo “Diavolo veste Prada” concentra principalmente la sua attenzione sul mondo dell’editoria e sulle sue magagne (e ne abbiamo già abbastanza), ma quello che colpisce è la totale mancanza di riferimenti al mondo dei fashion inf







