Una indossa una pashmina gialla e leggera. L’altra ha scelto una sciarpa in cashmere dalle frange spesse, declinata in una tonalità tuorlo d’uovo. Sedute fianco a fianco in una suite del Crosby Street Hotel di New York, Meryl Streep e Anna Wintour sembrano due generali che hanno appena coordinato le divise prima di una battaglia elegante. In realtà, si comportano come due vecchie amiche di lunga data. A poche settimane dall’attesissima uscita del sequel de Il Diavolo Veste Prada (nelle sale il prossimo 1° maggio), Vogue ha compiuto un mezzo miracolo editoriale: ha messo nella stessa stanza la Miranda Priestly cinematografica e la sua presunta (e leggendaria) musa ispiratrice del mondo reale. A moderare questo eccezionale incontro al vertice è stata chiamata un’altra donna di potere del cinema contemporaneo, la regista Greta Gerwig, fan dichiarata del film e già direttrice di Meryl Streep in Piccole Donne.
Quella che doveva essere una conversazione sulla moda e sul cinema si è trasformata in un inaspettato e profondissimo manifesto sull’età, sulla gestione del potere femminile, sulla precarietà del successo e, soprattutto, sull’amore incondizionato per i nipoti. Il primo capitolo della conversazione non poteva che partire dal guardaroba. E nello specifico, dal modo in cui Miranda Priestly si vestirà in questo atteso sequel. Meryl Streep svela un dettaglio fondamentale sull’evoluzione del personaggio: “Quando abbiamo girato il primo film, tutti avevano paura di Anna, quindi non riuscivamo a trovare abiti: nessuno voleva prestarceli”. A distanza di vent’anni, l’approccio è mutato. La nuova Miranda è lontana dalla caricatura dispotica del passato: “Questa volta l’abbiamo semplificata, resa più essenziale, più se stessa”, spiega l’attrice tre volte Premio Oscar. “Anche i capelli sono meno voluminosi, niente più onde svolazzanti. Ama gli accessori, ma in lei c’è qualcosa di impavido: si preoccupa meno di ciò che pensano gli altri”.










