Arrivano a Bologna le prime 13 condanne al processo Ten, che porta a giudizio l’ennesima organizzazione mafiosa con radici nella provincia di Reggio Emilia. Si chiama Ten perché l’operazione coordinata dalla Procura antimafia di Bologna si è conclusa con gli arresti nel 2025, a dieci anni dall’inizio del maxi processo Aemilia che metteva sotto accusa la cosca di ‘ndrangheta Sarcone-Grande Aracri operante nel nord Italia. In questo nuovo processo sono alla sbarra alcuni membri della famiglia Arabia, storici alleati del boss di Cutro Antonio Dragone, ucciso nel 2004 dagli uomini di Nicolino Grande Aracri al termine di una lunga e sanguinosa guerra di mafia.

Il giudice Sandro Pecorella, al termine dell’udienza preliminare, ha condannato con rito abbreviato a 17 anni di reclusione, più 4 di libertà vigilata, il capo dell’organizzazione, Giuseppe Arabia detto Pino ‘u nigro, oggi sessantenne. In carcere dal 2005 al 2014, dopo l’operazione “Grande Drago”, non aveva mai smesso secondo l’accusa di guidare le attività illecite, servendosi dei giovani nipoti Nicola e Giuseppe per continuare a impartire ordini e tenere i collegamenti anche dietro le sbarre. Nel 2009 la Polizia Penitenziaria segnala una rissa tra detenuti scoppiata nel corso di una partita di calcio e ricorda che in aiuto di Giuseppe Arabia intervenne il giovane Antonio Dragone, che portava il nome del nonno capomafia a Cutro. Antonio è figlio di Salvatore Dragone e di Rosaria Arabia, sorella del Giuseppe carcerato, considerato dal boss Antonio Dragone una delle giovani leve su cui ricostruire il proprio gruppo di azione al momento della propria scarcerazione avvenuta nel 2003. Ma l’anno dopo l’hanno ammazzato.