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La malattia da decompressione (MDD) è una delle principali minacce per chi fa immersioni in profondità – ma non solo – a causa della formazione di bolle di azoto nel sangue e nei tessuti, legata ai cambiamenti di pressione. In genere, quando ci si riferisce a questa condizione, si pensa che il fattore scatenante possa essere una salita troppo rapida, ad esempio senza rispettare i tempi e le soste previsti per il ritorno in superficie. Non a caso la MDD è una patologia che colpisce anche i cetacei (in particolar modo gli zifidi, campioni di immersioni) quando risalgono troppo velocemente, magari perché spaventati dai sonar di una nave o da un predatore. Ma la velocità di risalita inidonea non è l'unico fattore coinvolto nell'innesco della malattia da decompressione: non a caso in letteratura scientifica sono ampiamente noti casi di sub colpiti pur avendo rispettato rigidamente le indicazioni, come la curva di sicurezza e le soste. Ciò che è certo è che il rischio di MDD aumenta proporzionalmente alla profondità raggiunta dal subacqueo e al tempo di immersione. Anche temperatura dell'acqua (più fredda), allenamento e condizioni fisiche sono influenti, così come la tipologia di immersione che si esegue. Ad esempio, l'esplorazione di un complesso sistema di grotte sommerse a grandi profondità può esacerbare il rischio.










