MONTEBELLUNA - «I nostri servizi sociali si sono attivati sul caso fin da subito, fin da quando la segnalazione è giunta ai carabinieri. Hanno seguito la situazione per tutto il tempo, fino a quando il bimbo è stato allontanato dalla famiglia e il padre arrestato. Ora il ragazzino sta bene, è in una struttura protetta. Sicuramente sta meglio di come stava in casa».
A parlare è il sindaco del comune del montebellunese dove vive la famiglia del bambino di soli 11 anni allontanato dai genitori dopo che, tramite alcune confidenze fatte a scuola e grazie alle successive intercettazioni degli inquirenti, è venuto alla luce un quadro drammatico di vessazioni di cui il ragazzino era quotidianamente vittima. Il bambino era costretto a svegliarsi all'alba per andare a lavorare in stalla, poi rientrava, andava a scuola e, una volta tornato a casa, doveva tornare di nuovo in stalla fino a tarda sera. E se osava lamentarsi gli arrivavano le cinghiate dal papà e, in alcuni casi, anche dai fratelli. Questo almeno è il quadro ricostruito dagli inquirenti e che la Procura contesta ai due genitori, finiti alla sbarra con l'accusa di maltrattamenti. LA RIVELAZIONE Tutto era partito il 19 marzo della anno scorso, giorno della festa del papà, quando l'insegnante di sostegno del ragazzino, che allora frequentava la prima media, gli ha chiesto: «Hai fatto gli auguri a papà?». Una domanda all'apparenza innocua, ma che ha scoperchiato il vaso di pandora: «Papà è cattivo, mi picchia» ha risposto il bambino. Da lì la docente, inizialmente spiazzata, ha cercato di approfondire e il bambino si è pian piano lasciando andare ai racconti, rivelando un quadro di vessazioni fatto di botte, insulti e cinghiate che subiva praticamente oggi giorno e da sempre. Le ha poi raccontato - secondo quanto testimoniato successivamente dall'insegnante in tribunale - che era costretto ogni mattina a svegliarsi all'alba per andare a lavorare in stalla e che doveva tornarci anche dopo le lezioni, fino a sera. L'insegnate si è subito rivolta alla preside che a sua volta, dopo aver sentito anche lei il ragazzino, si è convinta a segnalare il tutto ai carabinieri. LE INDAGINI Le indagini sono scattate subito. I carabinieri hanno installato una microcamera nascosta nella cucina della casa della famiglia e, attraverso le registrazioni audio e video, hanno trovato sostanzialmente conferma di quanto rivelato dal bambino, documentando un quadro di abusi da brividi. In meno di un paio di mesi sono riusciti a raccogliere sufficienti elementi tanto da portare all'incriminazione dei genitori. Così è scatto il blitz: i carabinieri sono piombati a casa della famiglia stringendo le manette ai polsi del padre. Dopo l'arresto l'uomo è stato messo ai domiciliari (misura che gli è stata tolta pochi giorni dopo). La Procura ha aperto un fascicolo d'inchiesta coordinato dal sostituto procuratore Davide Romanelli. Sia il padre che la madre sono stati rinviati a giudizio e devono ora difendersi a processo dall'accusa di maltrattamenti nei confronti del figlio. Parallelamente agli inquirenti si è attivato, dopo l'arresto, anche il Comune con i suoi servizi sociali: «La famiglia la conoscevamo, non era la prima volta che creava problemi» aggiunge il primo cittadino. Ma certo è che nessuno si aspettava una situazione come quella vissuta dal ragazzino. Il bambino oggi, a distanza di un anno, si trova in una struttura protetta: «Frequenta la scuola lì e sta bene» prosegue il sindaco. Anche le insegnanti, che lo avevano sentito in videocollegamento a distanza di mesi dall'accaduto, avevano potuto constatare come il bimbo fosse ormai finalmente sereno, lontano dall'inferno che viveva a casa. Non si sa ancora quale sarà il suo percorso futuro: una delle vie potrebbe essere l'affido. Ma non è l'unica. In ogni caso, qualsiasi strada prenderà, sarà lontano da quei quattro muri che per lui, più che una casa, erano una prigione. «Quando veniva a scuola era sempre felice, era un bimbo molto dolce e benvoluto dai compagni» lo ricordano la sua insegnante e la preside.








