di
Roberta Scorranese
Una mostra a Verbania racconta l'universo dell'architetto mancato nel 2019
Alessandro Mendini non amava le definizioni pompose: poeta, artista, genio. Lui si raccontava con una definizione secca e milanese: «un designer stronzo». Quasi un avvertimento: ogni tentativo di ridurre la sua opera a gioco, divertimento, facile filastrocca è fuorviante, perché il design di Mendini parte da lontano, attraversa il rigore del radicalismo, supera l’irrigidimento teorico nel quale sono scivolati altri protagonisti di quegli anni (tra i Settanta e gli Ottanta) e, con il tempo, intraprende un felice quanto coraggioso cammino verso la decostruzione non tanto dell’idea di architettura, quanto dell’idea magniloquente e conformista di architettura.
E la mostra che si apre oggi nella Villa Giulia di Verbania, Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi, curata da Loredana Parmesani, proprio per il suo carattere antologico funziona perché ripercorrere la carriera del più multiforme dei nostri architetti (nato nel 1931 e mancato nel 2019) aiuta anche a capirne l’irriverente originalità. Come nella gigantesca poltrona di paglia che Mendini realizzò nel 1974, nelle campagne del Bresciano: il design - questo era il messaggio - non poteva essere soltanto soluzione funzionale, ma anche motore sociale, spinta al pensiero critico.







