«Nulla è perfetto. Nemmeno ciò che è ottimo». Così diceva Cleto Munari, vulcanico designer e progettista che ci ha appena lasciato. Creativo nell’accezione più nobile e sfaccettata del termine, noto in tutto il mondo, Munari ha ridefinito l’idea stessa di innumerevoli oggetti. Dai vasi alle penne, ai tappeti, sino ai famosi visionari gioielli oggi esposti anche al MoMA. Vicentino d’adozione e sentimento, allievo e sodale di Carlo Scarpa, nella sua lunga e ricca carriera Cleto Munari si è avvalso della collaborazione di innumerevoli trasversali talenti: Sottsass, Mendini, Magistretti, Giò Ponti… un catalogo sterminato di complicità e fantasia che ha attraversato i decenni con inesausta curiosità e mai doma ansia di esplorazione. Perché «per creare», diceva Munari «ci vuole amore, gioco, e soprattutto amicizia e collaborazione». Un viaggio durato una vita con tanti compagni di strada tra forme, materiali e anche, soprattutto colori. Colori che per Cleto Munari erano pure emozioni. Condensazioni di stati d’animo, memorie, suggestioni. Rosso per l’amore, giallo per la gelosia, blu per la passione. Una palette che, partendo da abbinamenti solo in apparenza semplici, sapeva ampliarsi, affollarsi, rinnovarsi sempre. Tra tavoli che in omaggio a Venezia sognavano di essere palafitte e poggiavano su sette gambe di legno laccato; totem di ceramica decorata a mano; pouf in foggia di pugno chiuso rivestito in foglia d’oro; tributi all’amato venetissimo Palladio; ciotole d’argento che si credono ninfee; tappeti coperti d’occhi spalancati o che giocano tra i nomi «Klee» e «Cleto» in un intersecarsi di rimandi e di sguardi. E ancora vasi rossi scalati da ranocchi o abbandonati precipitosamente da serpenti neri e fuggitivi. E la più celebre, un tantino inquietante reinterpretazione de «Il Veronese» di Murano, con tanto di orecchie a punta applicate a caldo e il grande, magnetico occhio di Iside davanti. Vasi con le orecchie per sentirvi meglio, con le fiamme per incendiarvi meglio. Vasi con la criniera, vasi a cartoccio, vasi cinti da un tripudio di foglie scarlatte. Vetri che guardano e specchiano le stagioni. Ceramiche per fare semplicemente «Due passi» o per lanciarsi all’avventurosa ricerca del vello d’oro. Leggeri centrotavola a mosaico che sembrano planare delicatamente dall’alto. La lente d’ingrandimento rana e quella grillo. Candelieri-volatili, leggeri e filiformi… E naturalmente, i gioielli. Favolosi. Onirici. Larger than life. Tra temi ricorrenti e ispirazioni che esplodono dal contingente e si fanno magia e incantamento. Gioielli che si nutrono di una ricca e colta simbologia. Talora dichiarata apertamente, talora più delicata e nascosta. Fino al segreto. Fino al mistero. C’è Miró e c’è Mondrian. Ci sono Escher e De Chirico. Ci sono piramidi e hula-hoop. C’è la scacchiera e c’è la Via Lattea. C’è il vincente Sette di fiori delle carte da gioco. C’è l’anello della tentazione con tanto di mela e di serpe. E c’è la Grande Mela «Il giorno prima», anello dedicato alla memoria della tragedia dell’11 Settembre. Ci sono l’aquilone e il cupido. Lo «Spensiero» e l’infinito che chiama e richiama il deserto. C’è Aladino. E c’è una semplice panchina di città, quadro devozionale dell’attesa. Ci sono le frante colonne di Roma, Mata Hari e un papillon. Marylin. Un’eclissi e la Torre di Pisa. Pacman, il «Caos ordinato». E la rivoluzione. La ricerca artistica di Munari si è mossa secondo l’irresistibile tentazione di sparigliare, di cambiare l’assetto e la prospettiva, sfidando l’impatto visivo di una realtà riscritta in innumerevoli possibilità. Un patchwork di potenziale in singolare contrasto con le sue superfici regolari e brillanti, levigate di cromie. Basterebbe questo per far saltare il banco, per creare proficuo scompiglio, separando irreversibilmente il bandolo e la matassa. I diversi capitoli di una storia di artista, che poi, inaspettatamente, si saldano in unico racconto. Irripetibile. Un patto di non belligeranza tra le tante porzioni del vero. Il quadro è uno solo e inghiotte l’intero. Lo suscita alla consapevolezza e lo ripone, catalogato, riconoscibile. Alla mercè del ricordo.
Cleto Munari, il bandolo e la matassa
Ci lascia il grande designer e progettista, artefice di un universo creativo amato in tutto il mondo







