di
Rinaldo Frignani
Il professor Stefano Vanin è ancora a bordo della nave «Duke of York» sulla quale viaggiavano anche i cinque italiani morti nella grotta sottomarina
«Guardate che dove stavamo noi non c’era l’allerta meteo. C’era il sole, il mare era calmo. Ci siamo dovuti mettere la crema solare perché ci stavamo scottando...». Il professor Stefano Vanin, trevigiano, risponde al telefono mentre si trova a bordo del Duke of York, la barca che ospitava anche i cinque sub italiani morti durante l’immersione. È all’ancora davanti all’atollo di Felidhoo, l’altro nome di Vaavu, il docente associato di Zoologia all’università di Genova, amico e collega della ricercatrice Monica Montefalcone, scomparsa con la figlia Giorgia e altri due compagni di immersione. E dice: «Lo sa anche un bambino di quinta elementare che qui stiamo ai tropici e uno scroscio d’acqua può capitare, ma oggi come ieri il tempo era buono e il mare tranquillo sia per le immersioni sia per le successive ricerche».Ma cosa è successo?«Ciò che è accaduto anche nei giorni precedenti. Monica e i suoi compagni di immersione si sono preparati e si sono immersi insieme, mentre gli altri 20 partecipanti alla crociera sono stati impegnati a svolgere altre iniziative sempre in acqua nel raggio di alcune centinaia di metri attorno alla nostra imbarcazione. Hanno tutti il brevetto per le immersioni. Vicino al “Duca” c’era il dhoni, la barca d’appoggio con le bombole e le attrezzature con personale maldiviano. Dopo un’ora non li abbiamo visti riemergere nel punto prestabilito, non abbiamo visto nemmeno la boa che avrebbe dovuto precederli. E quindi ci siamo messi a pattugliare la zona, avanti e indietro, anche con l’ausilio prima di due barche e quindi di altre che si sono avvicinate».E poi?«Quando abbiamo capito che era passato troppo tempo, troppe ore, ho chiamato subito l’Unità di crisi della Farnesina. Il console onorario alle Maldive e l’ambasciata italiana a Colombo sono subito intervenuti, insieme con le autorità locali impegnate nelle ricerche».APPROFONDISCI CON IL PODCASTCi sono stati dei ritardi?«No, assolutamente. Anche perché qui le distanze sono enormi, non si può pensare che basta fare una telefonata e arriva subito la polizia. Ci sono miglia e miglia da percorrere. La guardia costiera maldiviana è arrivata anche con i sub e sono iniziate le ricerche. Proveranno ancora nei prossimi giorni a capire come raggiungere l’interno della grotta: uno dei dispersi lo hanno trovato purtroppo morto in una zona accessibile, gli altri non li hanno visti. Non sappiamo dove siano».Cosa può essere accaduto nella grotta?«Non posso saperlo, non si possono fare ipotesi a caso. Chiaro che qualcosa è andato male, ma qui siamo tutti disgustati da quello che abbiamo letto. Bombole, ossigeno, errore: si potrà sapere solo dopo aver recuperato i corpi e per questo dico, basta farneticazioni. Io so che Monica e gli altri erano sub esperti. Ma anche persone che fino a poco prima dell’ultima immersione erano serene, impegnate in quello che stavano facendo, la loro grande passione».Che cosa facevano?«Raccoglievano dati che poi analizzavano al pc appena tornati a bordo. Non era una vacanza. E così è stato durante tutta la crociera».Siete stati interrogati dalla polizia locale?«Sì, hanno preso i nostri contatti. Ci hanno chiesto cosa era successo prima dell’immersione, se loro avevano mangiato. Domande di routine».Adesso cosa farete?«Siamo pronti a tornare a Malé domani, per concludere la crociera nel giorno previsto. Abbiamo letto che qualcuno è tornato già in Italia, non è vero: siamo tutti qui. Incontreremo il personale diplomatico italiano che ci è stato sempre vicino. Solo che eravamo 24 più la guida, e adesso siamo in venti».










