Ci sono momenti, nella storia politica, in cui più crisi convergono contemporaneamente e il quadro che ne emerge è talvolta più nitido della somma delle singole vicende. Potremmo essere proprio in uno di questi. Il presidente Usa Donald Trump ha imposto dazi commerciali e alimentato guerre economico-finanziarie provocando, in pochi giorni, il più grave crollo borsistico dalla pandemia e una crisi di fiducia senza precedenti tra gli alleati storici.

Il premier ungherese Viktor Orbán, a lungo individuato come modello dai movimenti sovranisti europei, si trova per la prima volta in quindici anni di fronte a un’opposizione credibile che erode il suo consenso dall’interno del sistema che lui stesso ha costruito. Benjamin Netanyahu è formalmente ricercato dalla Corte penale internazionale, ostaggio di una coalizione che lo vincola a una guerra su larga scala sempre più impopolare. In Italia Giorgia Meloni ha dovuto misurarsi con il risultato di un referendum sulla giustizia che ha mostrato, più di ogni altro aspetto, la non piena fiducia degli italiani nella mission del Governo, respingendo la campagna mediatica su un quesito che, in via cautelativa, hanno ritenuto non congruo ai principi della Costituzione. Il momento difficile della premier è stato ulteriormente aggravato dalle parole durissime pronunciate nei suoi confronti dal presidente Trump, alleato sin lì portato in palmo di mano.