Da Tokyo a Londra, passando per Berlino, Adelaide e Madrid, questa settimana il cibo fa i conti con chi non l’ha cucinato. C’è la guerra, che attraverso lo Stretto di Hormuz arriva sugli scaffali di un supermercato giapponese. C’è un tribunale, che pesa i grammi di cioccolata. Una guida francese, che un governo australiano ha chiamato a ridefinire cosa vale la pena mangiare. E poi c’è l’algoritmo, che ha già preso l’ordine mentre tutti si stavano ancora accomodando.
Il Giappone sa da tempo che i prezzi alimentari non si controllano solo dal campo. Questa volta, però, il rincaro non arriva dal grano o dalla logistica: arriva dagli imballaggi. Secondo il Japan Times, le tensioni legate al conflitto in Medio Oriente e le interruzioni nei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz stanno riducendo la disponibilità di nafta – la materia prima della plastica usata per confezioni, vaschette e film protettivi. Il cibo industriale distribuito nel Paese rischia una nuova fiammata di prezzi. In un Paese già alle prese con un’inflazione alimentare persistente, questa volta il problema non è il riso o il pesce: è la plastica che li contiene.
Dall’altra parte del mondo, ma sullo stesso scaffale ideale, un tribunale tedesco stava misurando qualcosa di simile. Reuters racconta che una corte ha condannato Milka per aver ridotto il peso della tavoletta da cento a novanta grammi senza segnalarlo in modo sufficientemente chiaro. La pratica si chiama shrinkflation – vendere meno per lo stesso prezzo, mascherandolo nella confezione – e non è una novità nel mercato europeo. La sentenza non è ancora definitiva ed è soggetta ad appello, ma apre un fronte che molti produttori seguiranno con attenzione. Dieci grammi sembrano pochi. Ma la domanda che la corte ha messo a verbale è precisa: fino a dove si può ridurre senza dichiararlo?









