È l’ora di pranzo del 16 maggio 1976, una domenica. Ad un incrocio a ridosso del Filadelfia, lo stadio che fu del Grande Torino, il pullman che conduce i granata al Comunale è fermo al semaforo. I calciatori sono scesi e stanno suonando tutti i campanelli di un condominio. Cercano Elena Bosio, la ragazza che da inizio campionato per tutte le precedenti 14 gare casalinghe del Toro ha salutato il passaggio della squadra – che non ha mai perso. La hanno ribattezzata ‘bagna caoda’, come se ogni volta interrompesse il pranzo. Quella domenica il Toro si gioca il suo settimo scudetto, il primo a 27 anni da Superga, ma ‘bagna caoda’ non si vede. Poi, d’un tratto, la corsa sul balcone. Sospiro di sollievo, i giocatori possono proseguire la marcia verso il tricolore da conquistare sulla Juventus, che per larga parte della stagione ha condotto la classifica.‘Bagna caoda’ - insieme agli eroi dello scudetto, rivali sportivi (Fabio Capello e un’opulentissima Mariella Scirea), intellettuali granata e personalità torinesi (da Piero Chiambretti ad Aldo Grasso) – è una tra le voci che popolano Toro 76. Lassù qualcuno ti ama, la docu-serie di Sky Sport in tre episodi (in onda su Sky e in streaming su Now) che a 50 anni di distanza ricorda quel trionfo, svicolando dalla retorica. Si aggiunge una mostra al Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata mentre, in piena damnatio memoriae da reggenza Cairo, la Società ha schivato il tema per l’intera stagione. Che Toro, quel Toro. Calcio totale all’olandese, con l’Italia che sulle prime ride del fuorigioco alto – follia esotica nella patria del catenaccio –, e il kit total granata della Umbro, voluto dallo spogliatoio sedotto dai reds del Liverpool. È il Toro dei gemelli del gol Pulici e Graziani, ma anche del ‘poeta’ Claudio Sala.Baffi, basette e giacche di pelle, sono calciatori o protagonisti di un poliziesco? D’altronde per Torino Nera Lizzani sceglie la Maratona come sfondo. A trascinare gli undici di Radice, c’è una curva con una mistica unica, che il perbenismo istituzionale si ostina a tenere ai margini della cultura ufficiale: i Fedelissimi Granata di Ginetto Trabaldo e Cucciolo, gli Ultras Granata di Joe, Margaro, e Pino Strega con il saio da frate per fare il funerale alla Göeba nei derby. Per non parlare delle Slas, avanguardia ultras tutta al femminile, e delle coreografie di Serafino Geninetti, pittore. “Appena arrivato a Torino, il capitano Giorgio Ferrini mi portò più volte a mangiare con Ginetto. C’era un legame tra squadra e tifosi impensabile oggi, che al Filadelfia non fanno più entrare tifosi e calciatori dallo stesso cancello”, commenta Eraldo Pecci, regista di quel Toro. I granata non sono la squadra di maverick che è la Lazio del ‘74, negli spogliatoi non si parla di politica né girano armi. Al massimo si va al Macumba di Pinerolo, ristorante a tema safari dall’architettura mediorientale con cupole, minareti e animali vivi tra i tavoli. Scommessa con il proprietario: se Pulici segna nel derby gli verrà omaggiato un cucciolo di tigre. Detto fatto e Puliciclone che tiene l’animale nelle docce del Filadelfia. Quando, in trasferta a Roma, vanno al Jackie ‘O finisce con Patrizio Sala ad aspettare in albergo fino alle cinque del mattino, con l’innocenza naïve di un provinciale, una entreneuse che non arriverà mai. “La prima volta che ricevetti il premio partita di un milione lo portai a casa. Mio padre che guadagnava 250mila lire al mese mi chiese se fossi andato a rubare,” ricorda il mediano.Quello del ‘76 è lo scudetto che riscatta il destino di un popolo, lo scudetto con cui la classe operaia va in paradiso nella città della Fiat, dove il padrone coincide con il presidente della Juve. È la Torino in cui Agnelli acquista giocatori meridionali per ingraziarsi le simpatie degli emigrati, e dove nelle curve gli slogan sono presi dalla lotta armata. In Curva Filadelfia c’è Autonomia Bianconera, in Maratona un giovane Marco Rizzo, futuro leader comunista, con i capelli ancora biondi e lunghi. “Eppure con la maglia del Toro non mi sono mai sentito operaio, ma nobile per la storia che rappresenta”, dice Pecci. Da un lato c’è l’Avvocato, profilo d’attore, con i boccoli ondulati e l’orologio sul polsino, dall’altra Orfeo Pianelli, pingue e calvo, che collassa in tribuna per la tensione. Un self-made man emigrato sedicenne a Torino dal mantovano: panettiere e poi diplomato alla scuola Radio Eelettra. Studia il sistema di linee elettriche blindate prefabbricate usate dai tedeschi nella seconda guerra e ci costruisce su la Pianelli e Traversa. Ironia della sorte, la svolta arriva proprio grazie alla Fiat, che gli affida la commessa di Togliattigrad. Nel ‘62, combattuto tra il calcio e le richieste coniugali di una villa a Rivoli, Pianelli rincasa all’alba dopo una riunione del Cda granata annunciando alla moglie: “L’ai catà ‘l Tor”, ho comprato il Toro. Pianelli si fa confezionare abiti di lana pesantissima, per resistere alle temperature russe. Di nuovo la scaramanzia: non si toglierà il gessato per tutta la stagione, nemmeno sotto il sole di maggio. “Il completo a fine campionato camminava da solo,” scherza Pecci.Domenica 16 maggio, il Toro è a più uno sulla Juve e il confronto con gli Invincibili di Superga rallenta le gambe. Dalla tensione, Castellini ha perso dieci chili. Nelle radio suona Ancora tu di Battisti e contro il Cesena è ancora Pulici a segnare, intercettando di testa una palla impossibile a una spanna da terra. Poi, in una città divisa tra colletti bianchi e blu in cui tutto ricorda Fantozzi, arriva l’autorete da scapoli contro ammogliati di Mozzini. Psicodramma granata. Il Toro, però, è in debito con il fato e a Perugia, Curi segna ai bianconeri. È scudetto. Castellini che piange e Radice che non festeggia, con estremo contegno sabaudo, quasi scusandosi davanti alle telecamere per aver vinto senza vincerle tutte. “Siamo la squadra che è tornata a vincere lo scudetto dopo il Toro, il Toro vero”, ricorda oggi Pulici che su Whatsapp ha come icona profilo quella planata. Su Tuttosport, Ormezzano titola “Toro lassù qualcuno ti ama”. Il popolo granata marcia verso Superga, il calcio si sovrappone alla mistica. C’è chi confessa ai calciatori di aver sconfitto la paura della morte rivedendo il tricolore sulla maglia granata. Intanto la settimana prossima c'è il derby, che nell’era Cairo il Torino ha vinto una sola volta. Chissà se, a cinquant'anni di distanza, lassù qualcuno ha ancora un briciolo d’amore per il vecchio cuore granata.
Quello del 1976 è un Toro che non rivedremo più
Quello di 50 anni riscattò il destino di un popolo, lo scudetto con cui la classe operaia va in paradiso nella città della Fiat, dove il padrone coincide con il presidente della Juve







