«Scrivo per i ragazzi senza obiettivi: senza un lavoro, senza una casa, senza qualcosa che li renda vivi». Ancora: «Non sono qui per farti la morale ma della vita farti innamorare». A cantare è un 36enne che tutti i giorni indossa una divisa e attraversa le strade come agente scelto della questura di Milano. Quando torna a casa, scrive in rima quello che ha vissuto in servizio: i giovani «senza futuro ma con le spalle al muro», il bosco della droga «dove nessuno ti aiuta», i rifiuti «nascosti dalla mafia». E poi la violenza di genere: «Non è normale che sia normale che una relazione diventi fatale». Si chiama Sebastiano Vitale, nome d’arte Revman. È palermitano ed è figlio di un agente di scorta a politici, magistrati e giornalisti: è cresciuto con i racconti della notti passate a proteggere giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E oggi è il poliziotto che sceglie il rap, un genere dove troppo spesso con le rime si inneggia alla violenza, per parlare di legalità. Lo fa con laboratori nelle scuole di periferia e in questi giorni anche al Salone del libro, dove presenta il volume «Revman - Il Poliziotto Rapper».

Vitale presenta il volume “Revman-il poliziotto rapper”

Partiamo dall’inizio. Perché ha scelto di nella polizia di Stato?«Sono cresciuto con i racconti di mio padre, che mi ha fatto appassionare al mondo delle forze dell’ordine. Per me sono sempre state un punto di riferimento». Come si concilia il rap?«Mentre i trapper cantano “quando vedi luci blu scappa”, io voglio tramandare ai giovani la tranquillità che ho sempre avuto io quando ti ferma un poliziotto». Quando ha iniziato a fare musica?«Avevo 16 anni. Prima ballavo breakdance e ascoltavo artisti hip hop. Poi ho iniziato a scrivere le prime rime rap». Perché proprio il rap?«Per me non è una moda, ma una responsabilità: è un genere nato per fare uscire i ragazzi dal disagio ed è questo che voglio fare, creando un ponte tra giovani e istituzioni».