Stipendi inadeguati e condizioni di lavoro insostenibili. Il welfare, in Italia, è gestito con logiche di risparmio anziché di qualità: si premiano i ribassi, si finanziano i progetti ma non le persone. La carenza di professionisti si misura in numeri, ma il prezzo lo pagano le persone più fragili della comunità.
Ho letto su Vita, mensile che da più di trent’anni si occupa di attivismo civico, volontariato, sviluppo sostenibile, una bellissima approfondita inchiesta sul “lavoro di cura” che, numeri alla mano, mette a fuoco un problema enorme.
Le passioni, i talenti, la forza e il coraggio di chi lavora per gli altri sono costantemente umiliati. Mancano centomila infermieri. Mancano educatori, assistenti sociali. Sono sempre meno i giovani che scelgono queste strade: chi le ha intraprese, animato dall’aspirazione a una società più solidale e giusta, spesso li abbandona. Per eccesso di solitudine, fatica, promesse mancate. Ne scontano l’assenza le persone fragili che il sistema sanitario nazionale non riesce a raggiungere — per mancanza strutturale di fondi, i tagli alla sanità sono sempre i primi nei bilanci — le politiche di governo li ignorano.
Gli educatori laureati sono 280mila, ne servirebbero 35mila in più. Il loro stipendio in alcuni casi è simile agli assegni di assistenza delle persone che seguono: bassissimo. I concorsi pubblici restano inevasi. Dettagli: coloro che dormono nelle strutture se non intervengono per emergenze non vengono pagati. Sono una specie rara, non se ne trovano più.






