Il costo ecologico dei conflitti armati continua a essere uno degli aspetti più ignorati delle crisi geopolitiche contemporanee e lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo tra Iran, Oman ed Emirati Arabi Uniti attraverso cui transita circa un terzo del petrolio mondiale, ne è oggi uno degli esempi più evidenti. Lungo questo canale marittimo, di importanza strategica cruciale per l’economia globale, si muove infatti anche una delle specie marine più vulnerabili del pianeta: lo squalo balena (Rhincodon typus).

Con le sue acque, tra le più calde e salate del Pianeta, lo Stretto di Hormuz è stato identificato da svariati studi satellitari come uno dei luoghi di elezione per questa specie vulnerabile che utilizza il canale, largo solo 50 chilometri, come corridoio migratorio: gli squali si aggregano nel Golfo Persico durante l’estate per nutrirsi, e si disperdono nelle acque più profonde del Golfo di Oman durante l’inverno. Oltre a sovrapporsi a tre Aree chiave per la biodiversità (KBA), e altrettante aree marine di importanza ecologica (EBSA) che ospitano ecosistemi fragili come barriere coralline, foreste di mangrovie e praterie di alghe, fondamentali anche per altre specie a rischio presenti nell’area - come dugonghi e tartarughe marine - la rilevanza ecologica dello Stretto è così elevata da essere stato identificato come Important Shark and Ray Area (ISRA), ossia una porzione delimitata di habitat marino considerato essenziale per la sopravvivenza, la riproduzione o l'alimentazione di squali, razze e chimere, oltre a guidarne le misure di conservazione.