Più in basso gli ombrosi castagni. Quindi, fino ai 1.000 m, i cerri, le roverelle e i carpini. Ecco i faggi, gli elegantissimi faggi, oltre i 1.000. Poi gli abeti. Infine, dove si diradano i boschi e iniziano le praterie d’alta quota, seslerie e festuche, nardi e carici, timo serpillo e ginepro nano, mughi e mirtilli.Cosa c’è di più verde dell’Appennino a maggio?Ad esempio, in quel temporalesco pomeriggio di fine maggio del 1940, il 29, un mercoledì, sulle strade che scavallavano l’Appennino tra Firenze e Modena, cosa c’era di più verde di un corridore che sembrava un uccello mai visto prima? Era infatti un uccello dalla livrea verde con piccole tonalità di rosso sulle ali e sul collo. Quando prese il largo dal gruppo sulle prime rampe di Pianosinatico, dove quattro anni dopo sarebbe aperta una ferita purpurea chiamata Linea Gotica, nessuno ne sapeva il nome.Eppure erano in tanti a tifare il passaggio del Giro, alla faccia del temporale che non sembrava voler smettere di infradiciare il verde tutt’intorno e a dispetto del fatto che quasi tutti erano lì ad aspettare il volo di un altro uccello di verde vestito. Quello sì che invece tutti conoscevano. Poi improvvisamente alla «frusta della pioggia» si era aggiunto anche "il tamburello della grandine", come scriveva Orio Vergani, sempre lui, che si chiedeva che cosa fosse quella cosa che volava come se le sue mani "alte e leggere sul manubrio" e "le gambe che bilanciavano nelle curve" non avessero peso. Pensò Orio che non era un’aquila, che non era una rondine e che, nonostante quel naso lungo come un becco, non era neppure un martin pescatore.Quel 29 maggio 1940 era come se l’affollata famiglia del Giro d’Italia avesse visto nascere un figlio: non sapendo ancora che nome dargli, lo applaudiva in silenzio. Come qualcuno nove anni dopo avrebbe detto su altre strade in salita, e con immortale voce di epico cantastorie, era "un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi". Solo che qui la tavolozza dei colori era diversa: castagni, cerri, roverelle, carpini, faggi e la maglia verde della Legnano, con due alette rosse come maniche.La maglia verde al Giro d’Italia, segno distintivo del miglior scalatore che si aggiudica la speciale classifica dei Gran Premi della montagna, è stata istituita solo nel 1974. Forse quelli della Gazzetta scelsero il verde in omaggio al più grande scalatore della storia del Giro, proprio quello che tutti aspettavano sui passi appenninici della Firenze-Modena del 1940 e di cui tutti sapevano il nome: Gino Bartali. Il grande Ginettaccio vinse per ben sette volte la speciale classifica dei GPM: 1935, 1936, 1937, 1939, quattro volte prima di quel fatidico Giro che tenne a battesimo Fausto Coppi che da gregario divenne avversario; e poi altre tre volte, 1940 – a parziale consolazione per essere stato detronizzato dal gradino più alto dall’outsider esordiente - , 1946 e 1947. Nessuno ha fatto meglio di lui. Quello che ci andò più vicino fu, guarda caso, il primo a indossare il verde come maglia del primato dei Gpm: lo spagnolo José Manuel Fuente era stato il miglior scalatore nelle tre edizioni precedenti alla sua istituzione, 1971, 1972, 1973. E fece poker nel 1974.Il rapporto della cultura occidentale con il colore verde è stato complesso e contraddittorio. A lungo si è pensato che il verde portasse sfortuna, o fosse addirittura associato al male, a qualcosa di diabolico. E forse qui c’entrano i rapporti conflittuali, fin dai tempi delle Crociate, con il mondo musulmano che, al contrario, fa del verde – insieme al bianco il colore preferito dal profeta Maometto – un vessillo di fede. A lungo infatti si è evitato di indossarlo e raramente lo si trovava negli stemmi e nelle bandiere (di nuovo: lo trovate invece frequentemente nelle bandiere delle nazioni islamiche).Fa notare Michel Pastoureau, lo storico francese che nel campo della storia culturale dei colori non ha praticamente rivali, che il verde più che il colore del male o della sfortuna è il colore del destino, che può essere ambivalente per natura.Di che colore sono i tavoli da gioco? I cosiddetti “tavoli verdi” sono il campo dell’azzardo, o dell’imponderabile. E nel ciclismo che cosa è più imponderabile di una corsa in salita, con le incognite dei passi da scalare, delle discese da cui gettarsi, per non dire dell’imprevedibilità del tempo meteolorogico?Peccato però che questo significato così suggestivamente simbolico sia stato cancellato con un colpo di pennellessa. Dal 2012 infatti la maglia del miglior scalatore, causa sponsor, da verde è diventata azzurra, potenza – e anche un po’ ignoranza – del marketing first di RCS. Con buona pace di Ginettaccio e di quell’Airone vestito di verde sulle rampe dell’Abetone.