Donald Trump è appena partito da Pechino e già noi facciamo il bilancio del summit con Xi Jinping, giusto in tempo per discuterne a pranzo. Chi ha vinto, chi ha perso, chi ha fatto più bella figura, chi ha aspettato l'altro con il fiatone...

Anche oggi venti cartoline agrodolci: il capo della Cia che arriva a Cuba non in incognito ma con tutti gli onori, i segnali contrastanti dal Golfo, la nazionale iraniana partita per il Mondiale Usa (ma non è detto che ci arrivi), le città dove stanno andando a vivere gli americani in fuga dalle metropoli (mai sentito parlare di Fulshear?), le notizie dalle Borse, la tragedia dei sub italiani alle Maldive, la disfida del Canon a Parigi. In fondo, una notizia dal pianeta Terra all'epoca dell'uomo e della donna di Neanderthal: ebbene sì, anche loro andavano dal dentista.

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Il risultato del G2 tra Donald Trump e Xi Jinping non è un G2. Non sono le due grandi potenze che si spartiscono il mondo, anche se il resto del pianeta dovrà tenere molto in conto la nuova relazione che si delinea tra Washington e Pechino. Fondamentalmente, è una «tregua», valida almeno per il triennio nel quale Trump resterà alla Casa Bianca: implicitamente mette alla stessa altezza le potenze americana e cinese. Quest’ultimo è il riconoscimento di una realtà ormai chiara a tutti, dai punti di vista economico, tecnologico, militare, diplomatico. Per Xi è un attestato di status, per il presidente americano l’accettazione dell’inevitabile. Sullo sfondo del summit, però, resta la sfida strategica che la Cina Popolare ha portato agli Stati Uniti, che continuerà: si cerca di gestirla, di non farla precipitare in uno scontro diretto e pericolosissimo.