Ogni giorno soccorrono animali feriti, affrontano maltrattamenti, assistono a eutanasie e raccolgono il dolore di proprietari disperati. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha iniziato a studiare con attenzione il burnout nelle professioni legate alla cura animale.

Veterinari, tecnici, operatori dei rifugi e volontari sono oggi considerati categorie ad alto rischio di esaurimento emotivo, stress traumatico secondario e depressione. Dalle cliniche veterinarie ai canili, le ricerche raccontano una crisi psicologica spesso invisibile, ma sempre più diffusa.

Una professione costruita sulla cura

Per molti veterinari il lavoro nasce da una vocazione. Curare animali significa costruire un rapporto continuo con la sofferenza, la fragilità e il dolore, ma anche con l’affetto delle famiglie che affidano ai medici veterinari la salute dei propri animali domestici.

Negli ultimi anni, però, il tema della salute mentale nelle professioni veterinarie è entrato stabilmente nel dibattito scientifico internazionale. Studi pubblicati in Europa, negli Stati Uniti e in Australia hanno evidenziato livelli elevati di burnout, ansia, depressione e “compassion fatigue”, la cosiddetta “fatica da compassione”.