“Contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l’Italia che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale” è il sottotitolo che i sindacati confederati, Cgil, Cisl e Uil, hanno dato alla loro campagna di comunicazione per il corteo del primo maggio, la festa delle lavoratrici e dei lavoratori. È un messaggio che sottolinea come questa nuova tecnologia sia ormai parte integrante del mondo reale e, prima o poi, ci costringerà a fare i conti con le conseguenze delle sue applicazioni.
Molte persone si chiedono quale sarà l’impatto che questi strumenti avranno sul mondo del lavoro. La verità è che, in questa fase di cambiamenti, è davvero difficile fare previsioni. Possiamo basarci, almeno parzialmente, su quello che sta già succedendo in Cina dove, come racconta il reportage di Chang Che per il Guardian pubblicato da Internazionale, l’automazione in fabbrica è già sei volte più avanzata rispetto agli Stati Uniti. E dove imprenditori della robotica come Chen Liang, fondatore della Guchi robotics, sono convinti che “entro la metà del prossimo decennio gran parte dei compiti di assemblaggio in fabbrica sarà quasi completamente automatizzata”.
Come molti suoi colleghi che lavorano nell’industria robotica cinese, scrive Chang Che, “Chen guarda con distacco alla sostituzione della manodopera umana: per lui, l’avanzata travolgente della tecnologia è ineluttabile quanto lo scorrere del tempo. Quando gli ho chiesto delle conseguenze sociali del suo lavoro, ha ammesso che lui e i suoi soci avevano parlato di piani d’emergenza per i dipendenti licenziati”.










