Alexis Mohamed avrebbe voluto presentarsi alle elezioni contro il suo ex capo. A lungo consigliere del presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, Mohamed si era dimesso a settembre, denunciando l’erosione della democrazia nel suo paese.
Alle elezioni del 10 aprile, però, sulla scheda elettorale il suo nome non c’era. Oggi Mohamed vive fuori dal paese e sostiene di non poterci tornare per presentare i documenti per la candidatura o per fare campagna elettorale senza garanzie credibili per la sua sicurezza. E anche se gli fosse stato permesso candidarsi, i costi per farlo sarebbero stati troppo alti in una scena politica che molti critici definiscono meramente cerimoniale, e in cui di solito a vincere è Guelleh.
Nella prima metà di aprile a Gibuti e in Benin si sono svolte le elezioni presidenziali. In tutto sono 18 i paesi africani che vanno a votare nel 2026. I due paesi francofoni hanno una cosa in comune: agli aspiranti candidati è richiesto di pagare delle cifre molto alte per presentarsi alle elezioni, una misura che ha scatenato proteste diffuse. A Gibuti la quota richiesta è di circa 23mila euro, mentre il Benin l’ha fissata a 250 milioni di franchi cfa (380mila euro).
“Sulla carta potrebbe sembrare un semplice requisito legale. In realtà è un altro meccanismo di selezione ed esclusione”, dice Mohamed, per cui partecipare alle elezioni è ormai uno spreco di tempo e denaro. A Gibuti la somma è rimborsata solo ai candidati che ottengono almeno il 10 per cento dei voti.







