Quando il segretario di Stato americano Marco Rubio (da ieri Lubio) è salito a bordo dell'Air Force One diretto a Pechino insieme al presidente Donald Trump, ha dovuto affrontare un problema cruciale: sulla carta, Rubio in Cina non potrebbe mettere piede. Il suo nome compare nella lista nera di Pechino e tra le sanzioni previste c'è anche il divieto di ingresso nel paese. Ma negare l’accesso al capo della diplomazia statunitense proprio durante una visita ufficiale sarebbe stato troppo, persino per Pechino. Così il regime ha trovato una soluzione tanto semplice quanto surreale: cambiare il nome dell’ospite “indesiderato”.
Sui mezzi d'informazione e nei documenti ufficiali cinesi, dunque, il segretario di Stato è stato presentato con una diversa traslitterazione del cognome. Non più “Rubio”, ma “Lubio”. Quasi una caricatura della pronuncia cinese per chi osserva la vicenda dall’esterno, ma sufficiente, dal punto di vista formale, a creare una nuova grafia e quindi, tecnicamente, una persona diversa da quella colpita dalle sanzioni.
In questo modo il governo di Pechino ha potuto mantenere formalmente in vigore le proprie misure punitive senza arrivare al gesto diplomaticamente esplosivo di respingere l'attuale segretario di Stato statunitense. Come hanno riferito due diplomatici al quotidiano britannico The Guardian, la scelta della nuova traslitterazione del cognome sarebbe stata interpretata come un modo per evitare l’applicazione automatica del divieto d’ingresso.








