di Francesca Pini

La versione monumentale dell’artista americano dialoga con dieci repliche di sculture paleolitiche in mostra al Museo Cicladico di Atene. L’ha creata sperimentando con palloncini veri. Ci sono voluti sei mesi di tentativi prima di trovare la forma giusta

Se pensiamo all’ideale di bellezza femminile e ai suoi canoni, dobbiamo risalire a 42mila anni fa, quando allora si fa strada il concetto inedito di espressione estetica, che prende una forma concreta, di autorappresentazione. Queste sculture primordiali – realizzate con le più avanzate tecniche di esecuzione di quell’era – raffigurano un corpo forse simbolico, e sono una serie di cosiddette Veneri provenienti da un contesto paleolitico euroasiatico piuttosto vasto: dai Pirenei all’Ucraina (una delle aree più rappresentative per questo genere di figurine) fino al Lago Bajkal. E tutte con caratteristiche fisiche pressoché simili, il che è un vero mistero che trascende anche la geografia. Una recente teoria degli archeologi presume perfino che queste figurine – forse dei talismani, forse degli oggetti simbolo di fecondità o addirittura sex toys come è ritenuta che sia quella di Savignano sul Panaro conservata al Museo delle Civiltà di Roma e qui esposta come fosse un’odalisca – siano state scolpite da mani di donna. Che, osservando il proprio fisico dallo sterno in giù (e non avendo ovviamente specchi…) lo hanno ritratto con forme esagerate, con grandi seni cadenti e il ventre rigonfio. In una stanza semibuia evocante una caverna, in un allestimento circolare concepito per questa mostra che coinvolge Jeff Koons con una sua monumentale opera, il Museo di Arte Cicladica di Atene ha ottenuto in prestito dieci repliche di queste Veneri paleolitiche le cui misure variano dai 3 ai 22 centimetri (le originali inamovibili). Una delle più famose è quella di Willendorf, trovata in bassa Austria, di colore giallo con una sorta di copricapo inciso, poi quella di Dolni Vestonice (il più antico manufatto in terracotta al mondo) o quella rinvenuta a Parabita, in Puglia, in collezione al Museo Nazionale Archeologico di Taranto.