di
Edoardo Semmola
Intervista al musicista e cantante simbolo della New Wave anni Ottanta che ricorda i suoi anni in Italia: «Parlo italiano grazie a mia madre, ed è stato un onore essere parte della storia musicale di Firenze»
La «follia» degli Stati Uniti di Trump — da cui è fuggito —, la sua nuova vita messicana, e poi «la guerra in Palestina, Nicaragua, Cuba, Cile: è un mondo che ci ha reso schiavi, tutti». Steven Brown ha frullato tutto questo nella sua anima in pena e ha trovato nel poeta inglese di inizio Ottocento, William Wordsworth, come lenire il dolore e «scappare da tutta questa follia». Un mondo che, come scrive il poeta, è «il luogo in cui, alla fine, troviamo la nostra felicità, o non la troviamo affatto». Da qui parte la prima traccia dell’ultimo lavoro del fondatore dei Tuxedomoon, intitolata Wordsworth appunto. E lo spirito dell’intero album, uscito un mese fa, che non a caso deve il nome agli stessi versi di Wordsworth, In This Very World, «In questo stesso mondo».
Steven Brown che a Firenze non solo ha trovato una delle terre più felici dove seminare musica — i Tuxedomoon rappresentano per la New Wave fiorentina degli anni Ottanta la principale finestra sul mondo con il loro mix di rock, elettronica, performance, teatro, danza, video — ma anche amici, collaboratori, progetti, che vanno avanti da mezzo secolo, proprio dai palchi di Firenze manca da 10 anni. Ci torna venerdì, in Sala Vanni, ospite di Musicus Concentus, per eseguire dal vivo le 12 tracce di In This Very World e una rielaborazione per trio dei capisaldi dei Tuxedomoon, a iniziare da quel capolavoro art-rock di Half-Mute che ha iscritto il gruppo di San Francisco nella storia della musica.






