Genitori che, da anziani, tornano bambini. Figli che li curano a ruoli invertiti. La vita media si è allungata, e con essa la vecchiaia. La demografia dei paesi ricchi fa pendere la bilancia verso la terza, addirittura la quarta età. Certo, conta come si vive, ma soprattutto come si affronta la morte. La letteratura contemporanea non può non tenerne conto e in molte nuove produzioni la tematica dei rapporti genitori figli è declinata proprio in questo senso. Le statistiche parlano di una fascia di adulti schiacciati fra due obblighi: chi abbia generato tardivamente figli si trova a dover provvedere anche ai propri genitori anziani e magari non più autosufficienti, in una giostra di sfinimento fisico e psichico, in uno stato emotivo plasmato in una duplice collisione. Dell’accudimento dovuto ai padri e alle madri è testimonianza per esempio il romanzo di Luigi Nacci, Il tempo dei semplici (Einaudi, pag. 200, euro 18.50). Possiamo dire che si inserisce in un contesto già tracciato nella narrativa di questi ultimi anni, si pensi a Donatella di Pietrantonio, che con Mia madre è un fiume (Elliot, 2011), già quindici anni fa metteva in scena la intricata e salvifica relazione fra una figlia e la madre malata di Alzheimer. Nacci ci offre la forma ibrida dell’autofiction, anche in relazione ad altri temi sociali, la vita in un quartiere popolare di Trieste, le origini meridionali della famiglia, la tradizione del lavoro manuale quotidiano che lui stesso interrompe dal momento in cui ottiene una laurea agognata da tutti i suoi cari.