Le avevamo lasciate, tanto tempo fa, che intervenivano per calmare le piccole pesti, figli di quella Italia che si affacciava sul balcone delle tv chiedendo aiuto: Sos Tata, era il titolo di quella fortunata trasmissione. A loro genitori disperati chiedevano come riportare sui binari pargoli esuberanti: era l’upgrade rispetto a quel mondo fatto di ragazze universitarie che per arrotondare stavano nelle case di amici di famiglia per curare i figli qualche ora (e magari davano pure un colpo di aspirapolvere per fare cifra tonda).

Le Tate diventarono protagoniste come le coach dei talent o come quei giudici che risolvono beghe di poco conto. O come gli chef che nelle ore della tarda mattinata davano i primi consigli in cucina prima che tutto debordasse. E in fondo tutto è debordato anche qui, forse perché il contesto è debordante di suo: dalle baby sitter o dalle tate, siamo passati a un livello di categoria decisamente top. Top sono i clienti, top sono i requisiti richiesti e top è lo stipendio, che può arrivare anche a 4mila euro al mese, anche cinque. Tant’è che c’è una agenzia apposita che seleziona il personale, anzi che fa il recruiting. Perché tutto dev’essere pronunciato in inglese, a cominciare da loro, che nel mondo dorato dei vip si chiamano nanny. E sono bambinaie che parlano inglese e devono sapere tante cose: scienze dell’educazione, tirocinio al nido, corsi annuali di disostruzione pediatrica, uso del defibrillatore. Ma soprattutto devono saper tenere la bocca cucita circa le abitudini dei clienti, i quali nel contratto inseriscono l’NDA cioè un bell’accordo di riservatezza.