Gabriele-Borga-InMatch
Richieste a soggetti non pertinenti, incoerenti anche sul piano delle competenze. Domanda e offerta di lavoro in Italia sembrano mondi separati. Secondo l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche un lavoratore su cinque non ha le competenze richieste per il ruolo che ricopre. Rincara la dose Istat, secondo cui il livello di formazione non sempre si traduce in un’occupazione coerente, segnalando un disallineamento tra competenze disponibili e profili richiesti dalle imprese.
Il problema è anche l’uso dei canali attraverso cui aziende e candidati si incontrano: piattaforme digitali che hanno semplificato l’accesso al lavoro, ma che hanno anche moltiplicato le candidature, rendendo più difficile orientarsi tra i profili davvero rilevanti. Il risultato è che il tempo dedicato allo screening diventa critico quanto la capacità di individuare i profili davvero adatti.
A provare a fare un po’ d’ordine è InMatch, piattaforma HR Tech italo-svizzera sviluppata per intervenire su uno dei nodi più concreti del recruiting digitale: il rumore generato dalle candidature non in linea. Nei portali di recruiting tradizionali, infatti, una quota molto elevata di candidature può rivelarsi poco pertinente rispetto ai requisiti richiesti fino al 90% in alcuni casi, secondo i dati raccolti dalla società nelle prime fasi di attività. Per le aziende, questo si traduce in tempo sottratto alla selezione e in costi difficili da controllare. Per i candidati, significa spesso entrare in processi poco trasparenti, senza feedback o con una limitata corrispondenza tra profilo e opportunità. “In molti processi di selezione”, spiega Gabriele Borga, founder InMatch, “il problema non è la scarsità di candidature, ma il tempo necessario per distinguere quelle realmente pertinenti. È lì che oggi si concentra una parte rilevante dell’inefficienza”.







