Quando mio padre compì novant’anni, cominciai a perseguitarlo perché scrivesse le sue memorie. “Che noia! Chi vuoi che le legga!” sbottò. Alle mie insistenze, sbuffò come Moby Dick e lasciai perdere. Quando morì, quattro anni dopo, nel suo Mac trovai una cartella, chiamata con la sua consueta autoironia “Memorie del vecchietto”, piena di files di ricordi. Editare una vita intera è un lavoro lungo e complicato. Perciò, nel decennale della sua morte, vorrei ricordarlo con un piccola anteprima.

Questa era la Venezia di papà. Non dimenticatela, non dimenticatelo.

Pieralvise Zorzi

di Alvise Zorzi

Credo di dover ringraziare il Signore per avermi fatto nascere a Venezia e per avermi dato una capacità sconfinata di amare quella città che ha contato tanto nella mia vita anche se, ad un certo punto, ho dovuto andare a vivere altrove. Amata di un amore carnale in tutte le sue pietre, mattoni, canali, ponti, sottoportici e angiporti bui. È un amore che ancora oggi mi fa soffrire, quando vedo Venezia minacciata da cataclismi naturali e, peggio, da progetti insensati e sacrileghi, da interventi sconclusionati e offensivi, come quando sento incompresa, offesa, denigrata la memoria della sua straordinaria creazione, la millenaria Serenissima Repubblica così presente, sempre, nelle pietre e nei mattoni oltre che nei documenti e nei libri.