Non tutti sono di Bologna, il che è un problema. L’ho capito un po’ di anni fa, il giorno del mio quarantesimo compleanno, a tavola con gente che era cresciuta nei miei stessi anni ma in altri codici postali. Io dicevo che negli anni Ottanta tutti i liceali andavano ai concerti di Guccini, e loro rispondevano: ma chi, ma quando.
Fino a quella giornata del 2012 io non mi ero mai posta il problema che venticinque anni prima ci fossero scolari che non passavano le giornate ad ascoltare “Signora Bovary”. Con Luca Carboni succede la stessa cosa: se sei nata a Bologna negli anni giusti, hai fatto il liceo tra “Farfallina” e “Mare mare”; se sei andata a scuola nei codici postali giusti in quegli anni lì, sai già perché “Luca non parlava mai” s’intitola così, e anzi appena hai visto il libro hai iniziato a canticchiare «La maglia del Bologna sette giorni su sette».
O, se come me l’autobiografia di Carboni (appena pubblicata da Sem) la leggi su un treno che sta arrivando in città, a canticchiare «che profumo Bologna di sera, le sere di maggio» (c’è stato un tempo in cui non ti accoglievano zaffate di piscio, a Bologna, ed era il tempo che voi che siete cresciuti coi trapper invece che con Carboni non avete conosciuto).







