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Paolo Condò

La Coppa Italia aggiungere ai nerazzurri di Chivu la dimensione dominante inaugurata a gennaio

La conquista della Coppa Italia finisce di aggiungere all’Inter di Cristian Chivu la dimensione dominante inaugurata in pratica a gennaio. Assieme a un gioco per molti aspetti codificato e a una facilità di gol degna delle corazzate europee, l’Inter ormai produce quel nervosismo che ottenebra i rivali inducendoli all’errore. Se già aveva realisticamente poche chance di rovesciare il pronostico — ed erano comunque legate a una concentrazione «folle», per dirla con Sarri — la Lazio ieri si è sparata sui piedi regalando letteralmente i due gol e con quelli la partita.

La goffa autorete di Marusic e la palla perduta da Tavares che innesca il tandem Dumfries-Lautaro sono attimi di distrazione fatale; situazioni preparate (un corner) o semplici (un retropassaggio) nelle quali qualcuno ha tirato il fiato dopo aver corso un rischio e prima di affrontarne un altro. Lo spazio minimo in cui si celano i veri pericoli mortali. La scelta di schierare il ruvido Patric davanti alla difesa anziché l’euclideo Rovella, figlia del pesante k.o. subito sabato in campionato sullo stesso campo e dalla stessa avversaria, da parte di Sarri era una dichiarazione d’intenti, prima proteggersi e poi si vede (e un po’ di gioco in più con Rovella s’è visto, a buoi ormai scappati). Ma una finale è una finale: vale tutto, basta che funzioni. È stata l’Inter a evitare che funzionasse, invadendo la metà campo laziale senza pensarci troppo e trovando il doppio vantaggio nel modo che sapete. La Coppa era in cassaforte dopo 35 minuti, e domenica verrà festeggiata a San Siro — la data è sicura, incredibile vero? — accanto allo scudetto, a ribadire una distanza dalle altre che in questo finale di stagione si sta dilatando in modo perfino umiliante.