PADOVA - Alberto Savi sta provando a ricominciare, costruendosi una nuova vita in semilibertà a Padova. A rovinare tutto ci ha pensato ancora suo fratello Roberto. Sono bastate poche domande in prima serata televisiva per riaprire storie e ferite legate alla banda della Uno Bianca. Il nome dei fratelli Savi e i fantasmi di quel periodo sono tornati infatti al centro del dibattito pubblico dopo l'intervista a Roberto Savi di Francesca Fagnani a "Belve Crime" andata in onda su Rai Due una settimana fa.

Parole bisbigliate ma pesanti, che hanno spalancato di nuovo tutte le porte rimaste blindate per anni, facendo uscire dal vaso di Pandora segreti e dolori. Ventiquattro morti, oltre cento feriti e una scia di sangue che l'Italia non può dimenticare. Ma mentre la televisione riaccende i riflettori sul passato, la cronaca si sposta a Padova. Perché all'ombra del Santo, Alberto Savi, il più giovane dei tre fratelli Savi, si sta ricostruendo una normalità fatta di uffici, carte da sbrigare, scadenze da rispettare e volontariato.

Recluso nel carcere Due Palazzi, beneficia del regime di semilibertà: esce dal penitenziario al mattino e ci rientra la sera. Un percorso rieducativo che i suoi colleghi descrivono come esemplare, ma che qualche mese fa aveva rischiato di spezzarsi. Un controllo di routine aveva infatti evidenziato una positività (alcol o sostanze non è mai stato chiarito) con il conseguente stop immediato dei permessi. Poi la controffensiva dei legali e la retromarcia dei laboratori: gli esami erano sbagliati. Dimostrata l'innocenza, Savi è tornato subito a lavoro per la cooperativa sociale "All'Opera" di Padova, fondata da due ex detenuti.