Mentre la Comunità politica europea (Epc) si riuniva in Armenia il 4 maggio per affrontare temi come la resilienza democratica, le connessioni continentali e la sicurezza energetica ed economica, l’autonomia strategica dell’Unione europea veniva messa a dura prova dalle mosse di Donald Trump e da quelle di Xi Jinping.

Il formato nato nel 2022 su iniziativa francese per raccogliere i Paesi del continente europeo si è trovato questo semestre a Yerevan, cornice significativa considerando il tradizionale favore del padrone di casa per Mosca. L’Armenia è il nodo centrale del Corridoio caucasico, l’alternativa geografica a quello russo a nord e a quello mediorientale a sud per l’afflusso di gas. Il premier armeno Nikol Pashinyan – noto per i suoi video in macchina e in ufficio mentre ascolta i rapper americani da Drake a Future – dopo un duetto con Emmanuel Macron sulle note di Aznavour, il secondo al microfono e il primo alla batteria, ha ammesso che «il Nagorno-Karabakh non è mai stato nostro». Una svolta epocale, che pone fine a una disputa territoriale con l’Azerbaijan durata tre guerre, e che riorienta l’Armenia verso l’Europa a scapito di Mosca.

Con l’accordo bilaterale firmato nelle ore successive, l’Unione porta l’Armenia dentro la sua orbita di sicurezza con impegni su connettività, difesa e investimenti, impegnandola in cambio a bloccare l’elusione delle sanzioni russe sui beni dual use, i prodotti con uso sia civile sia militare, come microchip, semiconduttori e ottiche di precisione, gli stessi che la Russia compra attraverso intermediari in paesi terzi per continuare a produrre droni e missili. L’Armenia era uno dei canali di transito privilegiati. Firmare quell’impegno significa chiudere quel canale, o almeno impegnarsi formalmente a farlo. Un Paese ancora nell’alleanza militare di Mosca che firma contro Mosca può significare solo una cosa: gli alleati di Vladimir Putin stanno capendo che è meglio levarsi di torno prima della caduta dello zar.