Nell’editoriale pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio prova a sostenere, più o meno implicitamente, che la battaglia contro la pubblicazione selvaggia delle intercettazioni sarebbe stata combattuta soltanto quando a finire coinvolti erano esponenti politici. È una ricostruzione polemica che però rischia di alterare completamente il senso di quella critica. Perché il punto non è mai stato garantire una protezione speciale alla politica, ma denunciare un meccanismo molto più grave che in alcune stagioni della vita pubblica italiana si è costruito attorno al rapporto tra una parte della magistratura e una parte del sistema dell’informazione. Un cortocircuito nel quale le intercettazioni sono state utilizzate non soltanto per finalità processuali, ma anche per produrre effetti politici e mediatici, alterando il confronto democratico e contribuendo spesso alla delegittimazione pubblica di figure scelte dagli elettori prima ancora dell’esistenza di una sentenza definitiva e talvolta persino in assenza di imputazioni realmente solide.

«Mentite a milioni di italiani: come Gianluigi Paragone ha smascherato il ceo di Intesa Sanpaolo in diretta su Porta a Porta». La notizia che ho bucato e che mi riguarda l’abbiamo trovata su Repubblica.it in un articolo di Giuseppe Colombo, ed è corredato da fotografie che sanciscono il mio epico duello televisivo con Carlo Messina.