A volte basta un solo giorno per capire chi siamo, dove siamo e dove andiamo.
Questo è un quadro in tre scene. I protagonisti sono tre leader.
Prima scena, Pechino. Donald Trump scende dall’Air Force One con una delegazione che vale tredici trilioni di dollari di capitalizzazione (quasi 12mila miliardi di euro) — tra loro, ci sono Jensen Huang di Nvidia, Tim Cook di Apple, Elon Musk con SpaceX che non è ancora quotata in borsa ma vale già più dell'intera economia di molti Paesi europei. Non sono venuti a fare turismo.
Parleranno del futuro dell’ordine mondiale con il presidente cinese Xi Jinping. Trump è il presidente, la sua delegazione è l’arma più potente della nazione americana, il capitale. Il messaggio a Pechino è scritto in dollari, si chiama mercato, compra e vende a Wall Street, è scambiato in tutte le piazze mondiali. È un gioco che pratica anche la Cina, a suo modo, senza libertà.
Seconda scena, Westminster. La leader dei Tories, Kemi Badenoch, si alza in aula e si rivolge a Keir Starmer - il premier che più di ottanta suoi deputati vogliono defenestrare prima dell'estate e dice quello che tutti nel Labour sanno e non hanno il coraggio di ammettere: il primo ministro è «in office but not in power». Va a Downing Street, ma le sue carte sono esaurite. Ventiquattro inversioni di rotta nel primo anno parlamentare, dal «winter fuel» alle riforme del welfare, dalle gang di predatori sessuali ai diritti dei lavoratori.











