Nel mio capitolo preferito di “La cura”, prima di chiedere «un taglio elegante» inteso non come di capelli ma di pezzo di corpo, Concita De Gregorio vuole fumare. È a curarsi il cancro, e vuole fumare. Chiede se non ci sia una sala fumatori, come negli aeroporti, e qualcuno, che immagino infermiere o simili, le dice che fumare fa malissimo, che non dovrebbe fumare.
Le dice «Fumare provoca il cancro». Lei non risponde: non è vero. Risponde: «Lo so, lo sanno tutti. È giusto che me lo ricordiate, è il vostro lavoro, lo rispetto tantissimo. Grazie. Comunque, se posso fare un’obiezione. Nel mio caso il verbo “provoca” è inadatto, per prevenire è tardi».
Ieri mattina ero nello studio di un medico, che mi spiegava che sì, quelli che avevano scritto il referto dell’esame che avevo già fatto consigliavano un approfondimento con un secondo esame, ma lui lo riteneva superfluo, giacché non c’erano le condizioni perché quel dubbio fosse cancro: quel tipo di cancro viene a gente che ha non ricordo già più quali caratteristiche, «solo dopo i cinquant’anni». «Ne ho cinquantaquattro». «Appunto, li ha appena superati».
Solo che non è vero, ho detto io che sono meno diplomatica di Concita. Solo che il cancro non sappiamo come viene, non abbiamo la più pallida idea di cosa lo scateni, e quindi è tutto a caso, sia chi ritenere al sicuro sia cosa ritenere cancerogeno. Lui ha sbuffato, e mi è venuto il sospetto fosse uno di quelli che dicono quelle frasi fideiste come «credo nella scienza».








