Condannate a convivere: America e Cina non hanno alternative. La loro competizione ha già trascinato il mondo in una nuova guerra fredda. Però il livello di interdipendenza è elevato, senza precedenti nella prima guerra fredda Usa-Urss. Siamo arrivati qui soprattutto per una concatenazione di scelte strategiche degli Stati Uniti. 1972: il disgelo Nixon-Mao sottrae definitivamente la Repubblica Popolare alla sfera sovietica. 1989: Bush padre decide sanzioni blande dopo il massacro di Piazza Tienanmen, da ex ambasciatore in Cina vuole salvare l’asse con Pechino. 1999-2001, un’intesa bipartisan tra Clinton e Bush figlio perfeziona la cooptazione del gigante asiatico nell’economia globale, con il suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio. I miracoli compiuti dalla Repubblica Popolare nella sua modernizzazione sono dovuti anzitutto ai talenti del suo popolo: il Dna capitalistico dei cinesi risale all’epoca del nostro Medioevo. Però la posizione odierna della Cina nell’economia globale è stata voluta e costruita dall’America. Per alcuni decenni la complementarietà tra le due economie è stata esemplare, la divisione dei compiti funzionava. Poi per la Cina il ruolo di «fabbrica del pianeta» è diventato stretto. Ha voluto dominare tutti i mestieri, dai più tradizionali ai più sofisticati, con un’aspirazione all’autosufficienza. Insieme alla potenza economica ha rivelato crescenti ambizioni geopolitiche, militari, fino a riesumare gli appetiti imperiali del passato.
Il summit dei giganti insicuri
Nuove guerre fredde. Usa e Cina, condannati a convivere. Un duopolio instabile attorno al quale non si vedono altri attori di rilievo














