La prova digitale AI generativa rompe gli schemi del processo penale perché trasforma documenti, sequestri e accertamenti tecnici in oggetti dinamici. Tra prompt, black box e cloud globale, il diritto fatica a garantire contraddittorio, determinatezza e controllo effettivo della prova
Digital forensics presso Ministero
C’è un momento preciso in cui la digital forensics tradizionale smette di funzionare, non è un guasto tecnico, né un errore umano: è il momento in cui l’investigatore si trova di fronte non a un file salvato su un disco, ma all’output di una conversazione con ChatGPT. Quel testo non era lì prima. È stato generato. Ed è questa parola “generato” a cambiare tutto.
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La digital forensics si è consolidata attorno a un’idea solida e rassicurante: la cd. bit-stream imaging, la copia speculare di un supporto, garantisce che ciò che si acquisisce corrisponda esattamente a ciò che esisteva. Ma con i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), quel dogma vacilla. Il “corpo del reato” ai sensi dell’art. 253 c.p.p. non è più un’entità binaria preesistente e silenziosa in un settore di memoria: è il risultato di un processo generativo innescato da un prompt, dove l’utente e l’algoritmo sono diventati, in qualche misura, co-autori dell’evidenza.







